Roberta Di Pascasio

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Autore: Roberta Di Pascasio

Dino Buzzati: il buio e il fantastico

Posted on 6 Settembre 2023 by Roberta Di Pascasio

Da ragazzo Dino Buzzati era schivo e composto, dominato da una serie di insicurezze che gli rimarranno per gran parte della vita adulta, così come resteranno la severità verso se stesso, il senso del dovere, la disciplina e al contempo il bisogno di fantasticare. Era nato nel 1906 ma a vederlo sembrava un uomo dell’800, rigoroso, con un’eleganza classica e un’indole montanara e militare; non amava parlare di sé, si trovava brutto, secco, con un naso troppo grosso. Aveva paura del buio e del silenzio, ha raccontato una volta sua moglie, tanto che nella sua casa di Milano i quadri erano messi sul soffitto, come tanti affreschi vivaci, la musica suonava in tutte le stanze, le finestre erano spalancate sui rumori della città e le luci rimanevano accese anche di notte: conosceva bene l’oscurità dell’uomo e del destino, così nella vita reale cercava di esorcizzarla riempendo le sue giornate di suoni e colori. Come narratore ha indagato la morte e la tragedia come sale della vita, ha raccontato i sogni e le fantasie schiacciati dalle paure e dalle meschinità dell’uomo, ha parlato di dubbi, di misteri, di pulsioni, è andato oltre la realtà per scoprire quel territorio fantastico che si insinua tra le pieghe del reale e che si estende proprio lì dietro, un passo dietro la luce.

Il suo capolavoro “Il deserto dei tartari” è del 1940: il protagonista Giovanni Drogo è un giovane tenente che viene mandato alla fortezza Bastiani e passa lì tutta la vita a scrutare l’immensa piana, ad aspettare un nemico ormai leggendario, i tartari, e quando il nemico arriva davvero lui è vecchio e malato e costretto a lasciare il campo. Muore in una locanda lontana dalla battaglia. È un antieroe che diventa un eroe perché riesce a vincere la sua battaglia personale contro la morte e lo fa con un sorriso, quel sorriso finale un po’ beffardo con cui la accoglie nel momento in cui entra nella sua stanza.

“Tutti noi siamo Giovanni Drogo. Tutti noi abbiamo una tensione, questa attesa, tendiamo a qualcosa.” È la storia di un’occasione mancata, è un racconto sulla speranza: Drogo ha un sogno e “avere un sogno è bastevole”, riempie la vita, le dà un significato. Il romanzo nasce dalla sua esperienza come giornalista al Corriere della Sera, lavorava di notte ed è lì che gli venne l’ispirazione, tra colleghi già avanti con l’età che dopo anni continuavano a svolgere la stessa mansione, monotona, ripetitiva: “mi chiedevo se anch’io macinato da questa routine avrei passato la vita così, in attesa di qualcosa, di una grande occasione”. Una routine che fa perdere il senso del tempo, il giornale è come la fortezza Bastiani. Dopo aver consegnato il romanzo a Leo Longanesi, nel 1939 venne mandato in Africa per documentare per conto del giornale l’impresa coloniale fascista, e lì rimarrà per un anno; il giorno del suo compleanno scriverà sul diario “33 anni. Niente”.

C’è anche un’altra anima di Buzzati, una grande passione al pari dello scrivere: la pittura. Ha sempre amato dipingere – riempiva di disegnini i libri mastri del giornale che al tempo si compilavano a mano, quello della cronaca bianca e quello della cronaca nera – il pennello e la penna erano per lui due strumenti della stessa necessità e due modi complementari di raccontare storie sul destino, l’attesa, il mistero, la crudeltà, la tragedia. Un “mondo stralunato”, come lo definì Montanelli, che al pubblico piaceva molto mentre veniva snobbato dalla critica, come se non lo accettasse, sembrava dicesse: “che scriva Buzzati, che c’entra con la pittura?”. Esisteva una sorta di convincimento che non si potessero fare bene due cose insieme, mentre “dipingere e scrivere per me sono la stessa cosa”.

Nel ‘58 vinse il premio Strega con i suoi 60 racconti fantastici, uniti da un’idea, una sorta di fil rouge che li attraversa e dà loro forma: anche quando tutto sembra normale, può accadere qualcosa di sinistro, appare una smagliatura, si crea uno strappo, e a questo punto il fantastico entra nel reale, lo racconta, lo svela. “Ho sempre pensato, soprattutto nei luoghi tranquilli, che da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa di terribile, di brutto. Questa minaccia diffusa nell’aria circonda i miei personaggi”. Dino Buzzati è un maestro della narrativa breve, in cui spaziando tra meraviglioso e immaginario traduce in gioco, tragedia o mistero anche le situazioni più semplici e scontate. Uno dei racconti più famosi e inquietanti è “7 piani” in cui il protagonista entra in ospedale per una cosa da nulla, giusto una linea di febbre, e per questo ricoverato all’ultimo piano; l’edificio è strutturato in sette diversi piani, con i pazienti meno gravi in quello più alto, mentre ai piani più bassi si trovano via via i casi più difficili fino a quelli senza rimedio. La sua salute sembra non peggiorare e non migliorare, ma una serie di inconvenienti fanno sì che venga lentamente ma inesorabilmente trasferito ai piani inferiori, finché arriva al primo piano, dove non c’è più niente da fare e dove le persiane della sua stanza cominciano a chiudersi.

Da questa storia, magnifica e terribile, venne realizzato un dramma per il teatro dal titolo “Un caso clinico” che in Italia venne curato da Strehler come regista e in Francia da Albert Camus.

Alla morte di Dino Buzzati, nel 1972, Indro Montanelli scriverà per il Corriere della Sera “se ne va la voce del silenzio, se ne vanno le fate, le streghe, i maghi, gli gnomi, i presagi, i fantasmi. Se ne va, dalla vita, il Mistero. E che ci resta?”

Gogol’: ossessioni e vulnerabilità

Posted on 1 Settembre 20232 Settembre 2023 by Roberta Di Pascasio

Siamo nel 1809. In un villaggio ucraino alle periferie dell’impero nasce Nicolaj Vasil´evič Gogol’ da genitori proprietari terrieri che gli trasmettono un grande amore per la terra, per le tradizioni folkloriche, per la memoria popolare; il padre è anche autore di commedie ucraine. Gogol’ cresce in questo mondo calmo, silenzioso, un po’ fuori dal tempo, e quando si trasferisce nella grande città, Pietroburgo, si trova ad affrontare una realtà totalmente diversa, fatta di burocrazia e meschinità, di rivalità e ambizioni, di ipocrisie e indifferenza; un ambiente che lo disorienta e che si scontra con il suo bisogno di semplicità, di un certo spiritualismo, di autenticità. Viene assunto come professore di storia all’università, ma l’esperienza si rivela presto un insuccesso: sembra che riesca a essere creativo solo nell’arte, quando invece deve spiegare e insegnare perde la sua verve e diventa morboso, pedante; gli alunni lo trovano persino noioso.

Lo stesso Nabokov lo descrive goffo in società, un po’ disadattato, una genialità che viene fuori solo quando si lascia sprofondare nel suo abisso personale ma sembra sparire ogni volta che prova a spiegare razionalmente i suoi scritti, quando vuole pianificare a tutti i costi opere che migliorino gli uomini, quando smania di scrivere la storia più importante e innovatrice della letteratura russa. È ossessionato dal giudizio dei suoi contemporanei, vuole ammaestrarlo, cerca approvazione, ma sente di non riuscirci così impazzisce dietro quello che per lui è un brusio indistinto di critiche alle sue spalle.

Ha capelli lunghi e lisci, baffi sottili e neri, un’espressione tormentata nello sguardo e un naso grande e appuntito, la sua ossessione, un elemento ricorrente e assillante nella vita come nella scrittura, tanto che a soli venti anni scrive un racconto che è un piccolo gioiello di inventiva e originalità intitolato appunto “Il naso”: narra le incredibili vicende di un naso scomparso dal viso del suo padrone, che vaga in alta uniforme per le strade di San Pietroburgo nello sgomento generale. Con ironia, Gogol’ accompagna i lettori su e giù per la Prospettiva Nevskij a inseguire il Naso e il suo disperato padrone e al tempo stesso osserva le ingiustizie, i soprusi, il servilismo imperante e i rituali di una piccola borghesia ignorante e presuntuosa. Un vero capolavoro per la ricchezza dell’immaginazione, per un linguaggio pieno di ritmo e di effetti acustici, per l’aspetto visionario e grottesco e per una carica surreale che rimane il suo tratto distintivo e che tanto ha influenzato gli scrittori successivi, lo stesso Kafka ne è in qualche modo l’erede. Eppure è stato riscritto più volte e più volte censurato perché ritenuto brutto e triviale, poi pubblicato con il sostegno dell’amico Puškin.

Il carattere ironico e insieme realistico dei racconti, immersi nella mediocrità della Russia contemporanea, diventa satira pungente nella commedia “L’ispettore generale”, messa in scena a Pietroburgo nel 1836, una rappresentazione grottesca della burocrazia che suscita molte polemiche nell’opinione pubblica. Gogol’ ne rimane così amareggiato da decidere di partire per un lungo viaggio attraverso l’Europa; si ferma a Roma per un lungo periodo e qui porta avanti il romanzo che secondo lui lo avrebbe consacrato come pioniere della nuova letteratura russa, una sorta di poema dantesco moderno calato nella Russia provinciale: “Le anime morte”. Come tante altre, anche quest’opera subisce modifiche e tagli da parte della censura zarista, a partire già dal titolo che all’inizio fu cambiato in “I viaggi di Cicikov” perché la chiesa ammonisce che le anime sono immortali e non si possono definire morte. Quando riceve una lettera spietata dal critico Belinskij che gli rinfaccia di essersi rincretinito dietro alle frottole del cristianesimo, dell’individualismo, dell’uomo alla ricerca di una propria spiritualità, Gogol’ rimane così male da bruciare la seconda e la terza parte del romanzo. Il suo servitore racconterà che si fece il segno della croce, tornò nella sua stanza, si stese sul divano e si mise a piangere.

Nel 1842 pubblica il racconto “Il cappotto”, definito da Nabokov un incubo grottesco e cupo che apre buchi neri nell’incerto disegno della vita. Come è per tutte le trame delle storie di Gogol, anche questa si può riassumere in poche parole: un povero e modesto impiegato della cancelleria dopo tanti sacrifici riesce a comprare un cappotto nuovo, ma la prima volta che esce di sera per andare a una serata tra colleghi viene derubato del prezioso indumento, muore e si trasforma in fantasma per tormentare i passanti lungo le vie di San Pietroburgo. Una piccola trama che diventa un gioiello assoluto di umorismo, di intelligenza e di realismo al tempo stesso, una storia di una profondità e acume straordinari. Gogol’ sbeffeggia col sorriso tutti gli strati della società, corrotta e patetica, e lo fa con un’ironia che è al tempo stesso scavo psicologico, “ché l’ironia è supremo esercizio dell’intelletto, strumento di ribaltamento prospettico e pertanto disvelatore dell’animo umano”.

Tanto geniale nelle opere, quanto fragile e tormentato nella vita, Gogol’ non riuscirà mai a trovare un equilibrio tra il desiderio mistico di connessione e comprensione dell’altro e della società e il suo bisogno di criticarne le contraddizioni e le bassezze, tra le sue aspirazioni e la vita reale. Crisi frequenti lo portano a lunghi periodi di digiuno alla continua ricerca di quella angosciante purificazione interiore. I medici lo curano con salassi e purghe, accelerando però lo spegnersi di un organismo già debilitato dalla malnutrizione. Vi è qualcosa di terribilmente simbolico nella mesta scena dei futili tentativi di Gogol’ di liberarsi delle viscide sanguisughe che in ospedale gli hanno messo sul naso. Ha una vera fobia di quegli animaletti viscidi, striscianti, ed è il suo dramma morire con quei grumi di vermi neri attaccati alle narici. La scuola dei grandi medici russi non c’è ancora, spiega Nabokov, sono generici e incapaci quelli che assistono il povero Gogol’, gli stessi che avevano curato Puškin con una pallottola nello stomaco come se fosse un bambino costipato.

Gogol’ muore nel 1852 a poco più di 40 anni. Il suo sogno era di lasciare un segno nella letteratura e senza saperlo non solo lo ha lasciato indelebile, ma ha posto le basi del racconto e del romanzo moderno. Lo stesso Dostoevskij disse “Noi siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol” perché in questa novella “ogni vero scrittore russo poté sentire qualcosa di atavico, vi si riconobbe e la amò con rispetto filiale”.

Il genio tormentato di Dostoevskij

Posted on 1 Settembre 2023 by Roberta Di Pascasio

“La sofferenza. Questa è l’unica causa della consapevolezza”: in questa convinzione è racchiusa la vicenda umana e artistica del grande scrittore russo, per cui l’intreccio tra vita e letteratura è potente e indissolubile.

Per Freud il suo posto è al vertice della letteratura universale e I fratelli Karamazov “il romanzo più grandioso che sia mai stato scritto”, insieme all’Amleto di Shakespeare e all’Edipo re di Sofocle. È naturale che Freud celebri tre storie che trattano del parricidio, ma ciò che interessa è la spiegazione che il padre della psicanalisi dà della psiche di Dostoevskij, i cui tormenti trovavano sfogo nel corpo attraverso l’epilessia. Lo stesso scrittore si definì epilettico in base ad attacchi contraddistinti da perdita di coscienza, spasmi muscolari e successiva depressione; aveva una forte pulsione autodistruttiva che si esprimeva attraverso forme di masochismo e sensi di colpa.

Freud distingue l’epilessia organica, una vera malattia del cervello, da una epilessia affettiva, che è propria di Dostoevskij, cioè un disturbo della psiche che si può far risalire all’infanzia e al rapporto con un padre violento, autoritario, crudele. L’odio verso il genitore è potente così come il desiderio della sua morte, e quando il padre muore davvero, ucciso dai suoi contadini, lo scrittore ha il primo di una lunga serie di attacchi che lo tormenteranno tutta la vita. Non è un caso che quando verrà deportato in Siberia, anni di umiliazioni e miseria, non ne soffrirà mai: è come se, già punito dallo zar – una sorta di grande padre – non ha bisogno di castigarsi. Quando invece conduce una vita normale, l’epilessia ritorna. Sappiamo, anche da quello che raccontava la moglie, che il processo creativo seguiva le sue fasi di crisi: giocava sempre e tanto finché non perdeva tutto, contraeva debiti, riduceva lui e la moglie a ipotecare ogni bene e a non sapere come andare avanti, eppure dopo quella distruzione iniziava a scrivere. Placato il senso di colpa, il demone abbandonava la sua anima e lasciava il posto al genio creativo.

Dostoevskij avrebbe scritto ugualmente i suoi più grandi capolavori se non avesse convissuto con i suoi tormenti? Se il padre non fosse stato dispotico e crudele? Se non avesse dovuto affrontare il terribile esilio in Siberia? Molto probabilmente ne avrebbe scritti altri, differenti; eppure l’interesse per un’umanità infelice e per l’animo umano è presente fin dagli esordi. Quando Dostoevskij pubblica “Povera gente”, nel 1846, ha venticinque anni e ha appena abbandonato la carriera militare per dedicarsi alla letteratura. L’esordio ha un successo clamoroso. Seguiranno il romanzo breve “Il sosia”, un altro romanzo e racconti su riviste e giornali (tra cui il celebre “Le notti bianche”).

In questi anni Dostoevskij si avvicina al circolo di Petrasevskij, un giurista socialista. Il gruppo, che si riunisce per discutere di politica e socialismo ogni venerdì, viene arrestato nel 1849 con l’accusa di cospirare contro lo zar, stampare testi clandestinamente e leggere testi censurati. Lo zar Nicola I elabora uno scherzo spietato: una finta condanna a morte. Dopo mesi di processo, Dostoevskij e gli altri membri del circolo sono condannati alla fucilazione, una pena spropositata rispetto alla colpa. I condannati vengono portati davanti al plotone d’esecuzione, il primo gruppo è bendato mentre il secondo, in cui si trova lo scrittore, è lì che guarda e aspetta il proprio turno; ma all’ultimo momento un messaggero comunica che la pena di morte è commutata nell’esilio in Siberia. Dostoevskij viene imprigionato nella fortezza di Omsk, dove resta per quattro anni; nelle lettere al fratello scrive del caldo soffocante d’estate e del freddo intollerabile in inverno, racconta che dormono su nude assi, tra pulci pidocchi e scarafaggi, in un fetore insopportabile e tanta sporcizia sul pavimento da renderlo scivoloso. Il gelo lo fa tremare ogni notte. Quando lo inviano, per buona condotta, a Semipalatinsk in arruolamento forzato, Dostoevskij è trasformato: cupo, emaciato, sporco; uno dei più brillanti giovani intellettuali russi non riesce quasi più a parlare. Lo salverà l’amicizia con un giovane procuratore appena ventenne, il barone Alexander von Wrangel, con cui condividerà l’interesse maturato per i delitti, i processi e il sistema giudiziario, che lo spinge persino a intervistare assassini e condannati. Gli spunti e le riflessioni che ne derivano finiranno più tardi in uno dei suoi capolavori, “Delitto e castigo”: pubblicato nel 1866, è il resoconto psicologico di un crimine sullo sfondo della Pietroburgo dei miserabili, dei disadattati e dei falliti. Lo studente Raskol’nikov, per liberarsi da una miseria opprimente, non esita a uccidere una vecchia usuraia e sua sorella, per poi derubarle.

In questi anni scrive gli altri suoi romanzi più famosi: “L’idiota”, con un protagonista che soffre di epilessia come lui, e “I demoni”. Ma il successo letterario non garantisce il benessere economico, anzi: sommerso di debiti, Dostoevskij viaggia in Europa per scappare dai suoi creditori, rompe amicizie, si dà al gioco. Unica a restare al suo fianco è Anna, sua seconda moglie e suo secondo grande amore. Il primo risale alla Siberia, si chiama Marija, è una donna capricciosa, instabile, e durante la prima notte di nozze fugge via incapace di accudire lo scrittore in preda a un attacco epilettico. Ma non si separeranno mai, legati fino alla morte di lei. Ad aiutare Dostoevskij sarà Anna, una stenografa che lo aiuta a portare a termine “Il giocatore”, romanzo semi-autobiografico scritto in fretta per saldare debiti contratti giocando.

I personaggi che vibrano tra le pagine di “Delitto e castigo”, “L’idiota”, “I demoni”, “L’adolescente”, “I fratelli Karamazov”, tendono alla redenzione attraverso il peccato e il male, un’esperienza sofferta che permette di capire e pentirsi, e mostrano la duplicità della natura umana, bestiale e angelica al tempo stesso. L’intreccio continuo di vita e letteratura si mantiene inscindibile fino alla fine; non è un caso che “I fratelli Karamazov”, l’ultimo romanzo, il più consistente e filosofico, torni alla radice delle cose: dopo l’esilio, la pena, le fughe, l’amore, di nuovo compare il primo grande turbamento di Dostoevskij, la morte del padre.

Fragilità e talento: Fitzgerald & Zelda

Posted on 22 Giugno 2023 by Roberta Di Pascasio

Il passato letterario è pieno di grandi storie d’amore, pensiamo ad Alberto Moravia con Elsa Morante o Dacia Maraini, Simone de Beauvoir con Jean Paul Sartre, Dino Campana e Sibilla Aleramo. Ma com’era la loro vita insieme, al di là della letteratura?

Nei primi del ‘900 Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda rappresentano una delle coppie più ammirate e al contempo più fragili e tormentate.

È il 1918 quando si conoscono ad una festa in Alabama: lei ha soltanto 18 anni, è una ragazza del sud cresciuta in un ambiente conservatore – il padre è un giudice influente e severo – eppure ama la danza, beve, fuma, sfida le regole; lui ha poco più di 20 anni, è sottotenente dell’esercito, non ha terminato gli studi e si è arruolato volontario. A Fitzgerald piace guardarla danzare, mentre lei viene affascinata dalle sue parole, così si fidanzano. Ma quando la guerra finisce e lo scrittore torna a New York, il loro rapporto non resiste anche perché Zelda non intende sposare un aspirante scrittore squattrinato. Lui è distrutto, si sente sconfitto, si lascia andare al bere, non ha soldi. Finché un giorno un editore accetta di pubblicare il suo primo romanzo “Di qua dal Paradiso” che ottiene un grande successo, e questo gli permette di tornare da lei più sicuro e spavaldo: non è più un nullatenente senza prospettive, visto che anche i suoi racconti cominciano ad essere pagati e pubblicati nelle riviste. È incantato dalla sua bellezza, ammira il suo spirito irrequieto, lo sfidare persino se stessa, il coraggio, “la fiammante autostima”. Tutti i suoi personaggi femminili risentiranno di questa influenza, figure irrequiete, affascinanti ma anche instabili e fragili.

Nei ruggenti anni ‘20 a New York è la coppia più seguita e invidiata, le riviste di costume parlano del giovane scrittore e della moglie bella e sfrenata che passano le giornate tra sbronze, giochi, viaggi e feste sfavillanti, in cui, nonostante il proibizionismo, l’alcol scorre a fiumi. Continua il successo editoriale di lui, che pubblica il secondo libro “Belli e dannati”, e continua una vita mondana trasgressiva e dispendiosa, tanto che decidono di trasferirsi in Europa per limitare le spese folli. Nel ‘25 viene pubblicato “Il Grande Gatsby”, il suo grande capolavoro. Sono giovani, hanno successo e tanta voglia di vivere ma già qualcosa comincia a incrinarsi. Zelda vorrebbe scrivere, danzare, conquistare l’autonomia economica, lui beve molto, è infastidito dalle mire letterarie della moglie.

Entrambi hanno profonde fragilità e contraddizioni. Lui è diviso tra la tendenza verso una completa dissoluzione e un sentire cattolico con cui è cresciuto, tra un alto ideale artistico e il dover abbassarsi a scrivere racconti e novelle solo per soldi; lei da un lato è una donna emancipata e ribelle, che vuole sperimentare la danza, la scrittura, la pittura e che vuole l’indipendenza economica, dall’altro ha un bisogno viscerale di essere amata, protetta. Zelda dà segni d’irrequietezza sempre più frequenti, viene ricoverata per la prima volta in una clinica psichiatrica per esaurimento nervoso, la diagnosi è schizofrenia; Fitzgerald beve molto, ha pochi soldi, sente penzolare sopra di sé la spada di Damocle del fallimento. Sono gli anni della crisi economica, della grande depressione, della distruzione di ogni speranza, l’America è un paese impoverito, fiaccato.

In clinica Zelda scriverà il suo unico romanzo “Lasciami l’ultimo valzer”, una storia autobiografica sulla loro vita; lo scrittore ne è irritato e risponderà con il romanzo “Tenera è la notte”, che racconta la bella vita dei ricchi dopo la guerra. Ma la critica fu negativa e le vendite scarse. Tante cose erano cambiate negli ultimi tempi, soffocate sotto le difficoltà, la povertà, la crisi, il paese non prova più interesse per le feste e le baldorie di un pugno di ricchi americani lungo la costa Azzurra. Negli anni seguenti Zelda ha frequenti attacchi di panico, allucinazioni, esplosioni di violenza, tenta ancora il suicidio; lui non sta bene, continua a bere, ad avere problemi economici e nel 1940, a poco più di quarant’anni, muore d’infarto a Hollywood dove era andato per provare la carriera da sceneggiatore, mentre lei morirà otto anni più tardi nell’incendio della clinica in cui era ricoverata.

Una storia tra le più belle e tristi. È vero che il conflitto, la competizione, la gelosia, le delusioni hanno corroso la loro vita di coppia, ma forse senza tutto questo non sarebbero stati loro e Fitzgerald non avrebbe scritto ciò che ha scritto. Hanno vissuto all’ombra delle loro contraddizioni e debolezze, eroi della fragilità li definì una volta Fernanda Pivano. La fragilità di un’età adulta fiaccata da alcol, difficoltà economiche, malesseri fisici, dopo “l’infinità di rosei pensieri e di sogni” che la giovinezza aveva promesso loro. Una promessa che non ha mantenuto. Come fa spesso, d’altra parte.

Molière l’innovatore

Posted on 22 Giugno 2023 by Roberta Di Pascasio

Poco più di quattrocento anni fa, il 15 gennaio 1622, a Parigi nasceva Molière, autore e attore francese tra i più longevi e rappresentati a teatro per quel mix perfetto tra realismo, verità e comicità, che era lo scopo del suo teatro: divertire con gli strumenti della verità e della naturalezza.

Il suo vero nome era Jean-Baptiste Poquelin, figlio di un ricco commerciante con la carica di tappezziere del re; venne educato dai gesuiti ed ebbe una solida istruzione in greco latino e teologia, dunque la sua strada pareva già segnata eppure non scelse né il commercio di arazzi, né l’avvocatura e né il sacerdozio (le classiche possibilità in una famiglia come la sua), ma a venti anni approdò a teatro unendosi a una compagnia che poco dopo si chiamò Illustre Teatro. Decise di cambiare nome in Molière, probabilmente per proteggere i famigliari dalla vergogna di un legame con attori e attrici: nella Francia cattolica del tempo, erano i reietti della società tanto che veniva loro impedita la sepoltura cristiana, cosa che non toccò a lui grazie all’intervento del re Luigi XIV che lo protesse in varie occasioni (soprattutto quando fu oggetto delle critiche e dello sdegno dei benpensanti).

La compagnia fallì e Moliere finì in carcere per debiti. Ma questo non scoraggiò gli animatori dell’Illustre Teatro, che lasciò Parigi e girò in provincia per ben quattordici anni, acquisendo esperienza e scoprendo la grande abilità di Molière sia come attore che come autore. Grazie alla sua commedia d’esordio “Lo stordito” ottennero la protezione del fratello del re, il duca d’Orleans, che permise loro di tornare a Parigi e rappresentare a corte – alla fine di un testo di Corneille –  la farsa “Il dottore innamorato”, il primo grande successo del commediografo francese.

Le abilità e i temi di Molière furono subito evidenti: grande talento come comico, il pathos della vittima umiliata e incompresa, zimbello del divertimento altrui, il ritmo brillante di parole e gesto combinati con il gusto richiesto dalla commedia elevata. Fu questa mescolanza di abilità che lo fece apprezzare e che lo tolse da situazioni difficili a corte, a causa di un’arguzia che provocò non di rado offese e risentimento.

Seguirono opere di scalpore e di grande successo come “Le preziose ridicole” e “La scuola delle mogli” nonché l’incontro e la collaborazione con Racine, che divenne l’autore tragico più importante di Parigi. La vita di Molière rimase sempre a metà tra popolarità e scandalo per questa sua capacità di essere un osservatore attento dei meccanismi sociali e psicologici, per il suo spirito critico e anticonformista che lo porta, attraverso le sue commedie, a una costante battaglia contro l’intolleranza, l’ipocrisia, le convenzioni morali e sociali.

I suoi più grandi capolavori, opere tra le più alte e impegnate sul piano morale e ideologico, sono quasi tutti degli anni ’60: “Tartufo” in cui si colpisce l’ipocrisia religiosa; “Don Giovanni o il convito di pietra” che ritrae il signore dell’alta società, cinico seduttore e ingannatore; “Il misantropo” in cui il rigore morale del protagonista lo spinge a fuggire dalla società corrotta; “L’avaro” con al centro un vecchio avaro dedito solo ad accumulare ricchezze. “Il malato immaginario” è l’ultima commedia-balletto del 1673, anno della morte di Molière che si sentì male proprio durante una rappresentazione e morì poco dopo. Le vere malattie di Argante, il protagonista, sono la chiusura in se stesso e l’incapacità di distinguere chi lo ama da chi non lo ama; la sua ostinazione infantile, il suo carattere iroso, la sua volontà tirannica nascondono insicurezza e cecità. La malattia immaginaria non è altro che una difesa contro il mondo, gli permette di imporsi e lo dispensa dal reale confronto con gli altri. Il testo ha una tale verve e invenzioni così travolgenti che l’amarezza al fondo del personaggio non intacca lo spasso e il coinvolgimento del pubblico.

Uno degli aspetti più significativi di quest’opera è che riserva solo un piccolo spazio alla commedia dell’Arte (nell’intermezzo con Pulcinella) ma il testo è una chiara rottura rispetto alla tradizione italiana dei comici – tipi fissi e canovacci, cioè trame abbozzate lasciate all’inventiva degli attori – perché Molière ristabilisce il primato dell’autore scrivendo i testi per intero, e inoltre opera uno scavo psicologico notevole per i personaggi, complessi, a tutto tondo, con una grande finezza nel ritratto. Questo influenzò Goldoni che iniziò a scrivere testi riformando il teatro e di fatto provocando la fine della centralità dell’attore e dei canovacci.

Per tutto il Settecento e l’Ottocento le opere di Molière continuarono a essere rappresentate, anche in Italia dove nella prima metà dell’Ottocento il teatro era soprattutto lirico –  il vero teatro nazionale per importanza, struttura e sovvenzioni cittadine e private – mentre i testi di prosa venivano messi in scena da compagnie itineranti con un repertorio dedicato quasi esclusivamente a Moliere e a Goldoni.

Una grandissima eredità la sua, e ancora attuale a distanza di secoli. In suo onore l’anno scorso in Francia sono stati organizzati convegni, mostre, spettacoli e vari eventi che hanno celebrato l’autore di teatro francese più rappresentato al mondo. È stato anche costituito il Comitato ‘Molière 2022’, che ha dato vita a una rete di ricercatori, studiosi e accademici di istituzioni partner in varie nazioni e che ha coordinato gli eventi per festeggiarlo su scala internazionale, riunendo teatri, università e scuole superiori.

Emily Brontë anarchica e visionaria

Posted on 31 Maggio 20232 Settembre 2023 by Roberta Di Pascasio

Emily Brontë è un’altura solitaria, una sublimità che risplende, un genio anarchico e visionario: così la descrive Harold Bloom nel suo libro dedicato ai grandi geni della letteratura mondiale. Eppure la scrittrice inglese, vissuta in un piccolo villaggio dello Yorkshire nella prima metà dell’Ottocento, ha lasciato un solo romanzo “Cime tempestose” e una manciata di poesie. Un destino crudele si abbatte sulla sua famiglia: il padre, il reverendo Patrick Brontë, sopravvive a tutti i suoi sei figli, la moglie e le due figlie maggiori muoiono nel giro di pochi anni, l’unico figlio maschio morirà vittima di alcol e oppio, la stessa Emily perde la vita a soli trent’anni a causa della tubercolosi.

Emily passa le sue giornate dedicandosi agli animali, alla natura e ad Anne, la sorella più fragile, ma è nella scrittura che viene fuori la sua vera anima: selvatica, poetica, intensa, rabbiosa. Il suo mondo narrativo rompe gli schemi, trasforma la letteratura del tempo, squassa e innova. Ma come succede spesso ai rivoluzionari, all’inizio è incompresa. La stessa Charlotte, sua sorella, scrisse una prefazione a “Cime Tempestose” in cui offre di Emily un’immagine in fondo accettabile e addomesticata, esortando i lettori ad amarla, edulcorando la sua vena eversiva tanto da diventare una delle maggiori responsabili della sbagliata ricezione del romanzo: per molti anni fu considerato un romanzetto d’amore e non il capolavoro che è, l’opera assoluta della scrittrice del vento e della perdita, della ricerca della felicità nell’eterno e quindi dell’infelicità come colpa e non come sciagura o condizione umana.

“Cime tempestose” venne pubblicato nel 1847 sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell. Il titolo rimanda a quelle terre poste sulla cima di un colle dove spira il vento e la pioggia costante crea un’atmosfera spettrale. Se per Charlotte e Anne l’ambiente domestico e le vicende personali costituirono una fonte di ispirazione per le loro opere, nel romanzo di Emily sembrano perdersi le tracce dell’ambiente familiare dei Brontë, nonostante sia stata tra le sorelle la più legata alla brughiera e alla casa paterna, dove visse per tutti i trent’anni della sua vita, eccetto che per brevissimi periodi di lontananza.

Appena pubblicato, il romanzo provocò subito scandalo per la drammatica violenza dei sentimenti proposta a lettori abituati a una rappresentazione zuccherosa e convenzionale dell’amore, una storia potente e tempestosa che si muove in una dimensione fantastica, nell’universo primordiale dell’istinto e del sentimento: narra le vicende di due famiglie, gli Earnshaw che vivono nelle tempestose cime della brughiera e i ricchi e gentili Linton che abitano nella dolce e verde vallata, due mondi contrapposti e specchio di una diversa visione della vita; in mezzo a loro Heathcliff, tenebroso e malvagio eroe byroniano, il trovatello che porterà avanti una feroce vendetta contro entrambe le famiglie.

Emily rompe i tabù della benpensante società vittoriana del tempo, racconta di un personaggio brutale come Heathcliff senza condannarlo e soprattutto propone una concezione dell’amore e della passione che va oltre, un sentimento assoluto che comporta una fusione degli amanti e la perdita della loro identità, e questo minaccia l’ordine della vita borghese. Una sfida alla morale comune con la sua critica alla famiglia, all’educazione, alla morale e alla rispettabilità borghese.

La narrativa del tempo era essenzialmente realistica, tendeva alla rappresentazione della vita quotidiana, aderiva al vero e al credibile. In questo contesto, il romanzo di Emily Brontë apparve straniante e claustrofobico, fuori dal tempo e dallo spazio. La storia si concentra tra le due tenute, non si sposta mai. Il mondo della scrittrice, fatto di passioni, ossessioni e vendette, non si avvicina al mondo reale, i personaggi sono isolati e il lettore si trova immerso in una realtà priva di qualsiasi riferimento realistico. Era un romanzo diverso, disorientante, unico per intensità visionaria e originalità narrativa, per questo la critica fu avversa: i contenuti troppo forti, la violenza psicologica e materiale che pervade il libro, il carattere mistico e insieme distruttivo dell’amore tra i due protagonisti, la malvagità di Heathcliff, gli elementi gotici che invadono il romanzo uniti a una struttura non lineare che sfida le convenzioni della narrativa del tempo, la non evoluzione di una vicenda che si consuma in un andirivieni fatale tra le due dimore opposte e speculari spiazzarono tutti, persino i critici.

Ci vollero anni perché il romanzo suscitasse entusiasmo. Soltanto nel Novecento, tuttavia, a “Cime tempestose” venne riconosciuto lo statuto di capolavoro della letteratura di tutti i tempi. In una società letteraria attraversata dai fermenti delle nuove avanguardie e dalle prospettive aperte dalla psicoanalisi, quelle che i primi lettori avevano giudicato trasgressioni eccessive e incoerenze narrative vennero apprezzate come frutto di una sorta di sperimentalismo che anticipava le novità che già avevano cominciato a scardinare l’impianto strutturale del romanzo realista ottocentesco. Un’opera che continua a godere di tutto il fascino ambiguo di una storia spregiudicata e poetica, mistica e malvagia, visionaria e grottesca: così lontana dalla società ed estranea alle convenzioni del suo tempo da risultare eterna.

Virginia Woolf ammirava profondamente il talento innovativo di Emily Brontë: “Che genio, che integrità dev’esserci voluta, davanti a tutta quella critica, in mezzo a quella società puramente patriarcale, per tenersi saldamente alla realtà, così come la vedevano, senza deflettere! Solo Jane Austen ed Emily Brontë l’hanno fatto. Questa è un’altra piuma, la più bella forse, sui loro cappelli. Scrissero come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini. Fra le mille donne che allora scrivevano romanzi, solo loro ignorarono del tutto i perpetui ammonimenti dell’eterno pedagogo: scrivi questo, pensa quello. Solo loro furono sorde a quella voce insistente, ora brontolante, ora condiscendente, ora autorevole, ora addolorata, ora scandalizzata, ora arrabbiata, ora familiare, quella voce che non lascia in pace le donne, ma deve sempre star loro addosso…”

La doppia anima di Goethe, Proust e Mann

Posted on 31 Maggio 20232 Settembre 2023 by Roberta Di Pascasio

Di molti scrittori analizziamo le opere, i personaggi, le tematiche ricorrenti, lo stile. Ma di quanti conosciamo la vita? I condizionamenti della famiglia, dell’educazione ricevuta, dell’infanzia? Mi appassiona da sempre scovare suggestioni, influenze, debiti e sfumature nella loro esistenza, umana e artistica.

Nei tre grandi della letteratura europea, J. Wolfgang Goethe, Marcel Proust e Thomas Mann, si può individuare la convivenza di due anime opposte, bagagli e simboli della diversità di spirito e di carattere dei genitori e dunque dell’ambiente in cui sono nati.

Su Goethe, Freud ha scritto un lungo saggio in cui sceglie e analizza un episodio della sua infanzia, l’unico aneddoto raccontato dallo stesso scrittore in cui da piccolo, affacciato alla finestra, si diverte a buttare in strada utensili, brocchette, piatti, vasellame, stoviglie. Ogni cosa finisce in frantumi sulla via. Secondo il padre della psicanalisi fu la nascita di un fratellino a spingere Goethe bambino a quell’azione eversiva e sfrontata, come a voler inconsciamente buttar fuori di casa l’intruso che poteva scompigliare la sua vita privilegiata, piena dell’amore della madre e dell’unica sorella. “Un bambino sa che un’azione del genere è male e provocherà una punizione da parte dei genitori, ma se non si lascia frenare da questa consapevolezza probabilmente vuole sfogare il suo rancore nei loro confronti, mostrarsi cattivo”. In realtà la gelosia competitiva tra fratelli non ebbe mai modo di esacerbarsi perché nessun bambino, oltre lui e la sorella, sopravvisse nella loro famiglia: ne morirono ben quattro precocemente, solo uno raggiunse i sei anni, gli altri morirono a un anno, due o addirittura a pochi mesi dalla nascita. Dal padre, ricco ed esigente, lo scrittore ereditò la serietà, l’amore per l’ordine, la coscienziosità, il senso del dovere; dalla madre la socievolezza, la fantasia. Secondo Freud, Goethe è cresciuto nella bolla d’amore della madre, figlio prediletto e incontestato, e da questo idillio protetto e affettuoso ha tratto la sicurezza, il sentire da conquistatore, la fiducia nel successo, la creatività.

Anche Proust incarna la convergenza di due discendenze profondamente diverse: il padre è un medico borghese, professore di Igiene alla facoltà di Medicina, solido, apprezzato e noto a livello internazionale, un po’ burbero e con sprazzi di generosità inattesi e arbitrari; la madre e la nonna sono invece due figure anticonvenzionali per l’epoca, di un’intelligenza vivace e rara e appartenenti a una famiglia ebrea di alto lignaggio: furono loro a iniziare lo scrittore all’amore per la letteratura, la musica e l’arte, a infondergli il tocco ironico, l’acutezza dell’osservazione. Con la madre, dolce e indulgente, usava fare il gioco delle citazioni, un passatempo che aveva creato codici di comunicazione tali da far sentire escluso chiunque non facesse parte del clan. Di tutta la famiglia, l’unico che non compare nella monumentale opera “Alla ricerca del tempo perduto” è il fratello Robert: cancellando il suo ‘doppio’, Proust ha forse voluto scartare un’ulteriore miccia di quella gelosia divorante manifestata più volte. Unico beneficiario dell’affetto della madre, raddoppiata dalla figura della nonna, il narratore può così diventare il solo centro di tutto, un amante tirannico. 

Già nella seconda metà del Settecento i Mann vivono e prosperano a Lubecca, sono cittadini autorevoli, notabili della repubblica e facoltosi mercanti, imprenditori e armatori di successo, proprietari di terreni, magazzini e di una casa poi celebrata nel romanzo “I Buddenbrook”. Thomas Mann nacque a Lubecca nel 1875, in questo ambiente di ricca borghesia privilegiata; il padre è senatore e notabile di prestigio, la madre invece ha origini tedesco-brasiliane, è nata in Brasile, e di queste radici conserva le memorie e le nostalgie latine, il colore scuro di occhi e capelli, l’amore per l’arte, il talento musicale, una figura inconsueta dunque, differente da tutti. Un’unione, quello tra la creola bella e creativa e il senatore severo e serio, che sicuramente aveva provocato un piccolo scandalo nell’ambiente borghese rigido, snob e un po’ ottuso. I Mann erano una famiglia complessa, segnata dal suicidio delle due sorelle minori di Thomas e con il padre che morì improvvisamente quando l’ultimo nato aveva soltanto pochi mesi. Una morte precoce, un padre che doveva pure covare in sé il seme di un dissidio e di una diversità che lo avevano spinto ad amare una “straniera”, una vita faticosa la sua, con una conflittualità interiore che rivive nel dramma del senatore Buddenbrook. Questo padre che dovette assistere impotente e stupito alla vocazione artistica dei due figli maggiori, Thomas e il fratello, indifferenti al commercio e al dovere morale di portare avanti l’impresa di famiglia. Quando morì infatti, tutto quello che aveva costruito, sommato all’eredità delle generazioni che lo avevano preceduto, venne distrutto, la ditta fu liquidata e tutti i beni venduti. In Thomas Mann convivono le due anime della famiglia: quella artistica e creativa della madre e quella paterna del controllo, dell’austerità, del lavoro quotidiano costante e inflessibile che lui mise nella scrittura. Tanto che quando il suo primogenito si suicidò, rinnovando un’inquietante e dolorosa inclinazione famigliare, Thomas Mann era in Svezia per una serie di conferenze e non si sottrasse agli obblighi sociali e professionali, con un senso del dovere all’apparenza freddo, cinico persino.

Insomma, nel bene e nel male non si sfugge facilmente alle impronte famigliari. Come scrisse Marcel Proust “abbiamo ricevuto dalla nostra famiglia le idee di cui viviamo così come la malattia di cui moriremo”.

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