Roberta Di Pascasio

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Mese: Agosto 2024

Irène Némirovsky l’incompiuta

Posted on 27 Agosto 2024 by Roberta Di Pascasio

Mi colpisce da sempre la vita di autori e artisti morti molto giovani o avanti con l’età senza avere la minima idea di cosa sarebbero diventate le loro opere, di cosa avrebbero rappresentato, del successo che avrebbero avuto. Penso a Kafka, a Emily Dickinson, che passò più della metà della sua vita chiusa in casa a scrivere poesie e racconti riuscendo a pubblicarne meno di una decina, a Sylvia Plath che morì suicida, a John Williams il cui romanzo “Stone”, l’antieroe in cui tutti possono riconoscersi, è diventato un libro di culto solo dopo la sua morte; penso a Van Gogh che vendette un solo quadro mentre era in vita, a Modigliani che morì in povertà, e penso a Irène Némirovsky.

Nasce a Kiev nel 1903 da una famiglia di ricchi banchieri di origini ebraiche, che lasciano la Russia rivoluzionaria dei bolscevichi (la famiglia era vicina allo zar e dovette fuggire) e si stabiliscono in Francia. È qui che la Némirovsky trascorre un’infanzia dorata e infelice con una madre anaffettiva e severa, verso la quale proverà sempre un sentimento d’amore e di odio, e con un padre spesso assente, impegnato ad accumulare affari e guadagni.

Irène cresce con una bambinaia francese, alla quale è legatissima, mentre con la madre il rapporto è distante e freddo. Nonostante l’infanzia solitaria (o proprio grazie ad essa), Irène si dedica alla lettura e alla scrittura fin da giovanissima, studia lettere alla Sorbona e conosce sette lingue tra cui il russo, il francese, l’inglese e l’yiddish; scrive con metodo, febbrilmente, e riempie quaderni su quaderni con la sua calligrafia minuscola. Un giorno manda in forma anonima un suo scritto, il David Golder, all’editore Grasset che lo legge in una notte e la mattina seguente pubblica un annuncio su un quotidiano in cui cerca l’autore dello straordinario romanzo, una storia dura, acuta e asciutta: sicuramente – afferma Grasset – è un uomo il misterioso scrittore. L’editore (lo stesso che si accorse di Proust stampando il primo dei sette libri della Ricerca) pubblica il romanzo di Irène ed è subito un successo, diventa in pochi giorni argomento da salotto e la critica ne è entusiasta, si grida al capolavoro nonostante l’incredulità per una crudezza che fino ad allora era ritenuta possibile soltanto a un uomo, ed è tale la sorpresa che in molti si chiedono come abbia potuto una donna scrivere un libro del genere, senza sentimentalismi, così aspro, sconsigliato persino alle fanciulle perché non ritenuto adatto alla loro sensibilità. Un libro che gronda odio, soprattutto verso il denaro e tutto ciò che può essere trasformato in denaro, oggetti e sentimenti, e verso tutte le forme in cui il denaro si declina: pensiero, potere, violenza, furore.

Ma allora cos’è che ti conforta? “La certezza della mia libertà interiore” fa dire a un suo personaggio, “questo bene prezioso, inalterabile, e che dipende sola da me perdere o conservare. La convinzione che le passioni spinte al parossismo come capita come capita ora finiscono poi per placarsi. Che tutto ciò che ha un inizio avrà una fine. In poche parole, che le catastrofi passano e che bisogna cercare di non andarsene prima di loro, ecco tutto. Perciò, prima di tutto vivere. Giorno per giorno. Resistere, attendere, sperare“.

Ma le cose andarono diversamente. Nel 1935 il governo francese rifiuta la sua richiesta di cittadinanza; con l’inasprirsi delle leggi razziali, nel 1939 la scrittrice si fa battezzare cattolica a Parigi, ma l’anno seguente le viene proibito di pubblicare e d’altro canto nessun editore lo farebbe considerando che è ebrea e per di più straniera. Si trasferisce in campagna con la famiglia e lavora a Suite Francese, ma nel 1942 viene arrestata, deportata e dopo solo un mese muore a 39 anni, ufficialmente per un’influenza, sebbene in tanti si fossero impegnati per liberarla; anche il marito sarà arrestato e morirà ad Auschwitz. Per le figlie segue un periodo di rifugi di fortuna, di fughe, di documenti falsi e di un’inseparabile valigia piena di quaderni. Suite francese rimane in un cassetto finché Denise Epstein decide di batterlo a macchina: incompiuto, viene pubblicato postumo solo nel 2004 in Francia e l’anno seguente in Italia.

Possiamo distinguere due principali linee tematiche nella sua opera, la “paterna” e la “materna”: la linea paterna, a cui fanno riferimento romanzi come David Golder, I cani e i lupi e Una pedina sulla scacchiera, racconta il denaro, gli affari, il vizio, il gioco d’azzardo e soprattutto la religione o, meglio, il carattere di chi appartiene a quella religione, l’ebraica; la materna riguarda invece il desiderio, la passione, l’infanzia, con i suoi correlati di odio, egoismo, disprezzo, rancore, dolore, infelicità, vendetta e che possiamo veder messi in scena in romanzi come La nemica, Il ballo, Il vino della solitudine, Jézabel. Una distinzione forse un po’ schematica perché nei singoli libri non è mai netta anzi, le due linee tematiche si mescolano e contaminano vicendevolmente, l’una non può proprio esistere senza l’altra: il mondo degli affari è impensabile senza un contesto famigliare che da quegli affari ricava benefici, ma che sono al contempo causa di infelicità; così come la psicologia materna – nello specifico il rapporto madre-crudele/figlia succube e poi vendicativa – trae forza dalla debolezza della figura paterna, incapace di vedere (o scegliendo di non vedere) le trame della moglie anaffettiva.

Il contenuto della gran parte dei romanzi della Némirovsky appartiene a un mondo infantile e adolescenziale, cioè famigliare. La famiglia è il teatro in cui emerge ogni sentimento umano, il microcosmo di tutto il male e di tutto il bene del mondo. È come se la scrittrice avesse raccolto dall’infanzia all’adolescenza l’immaginario che utilizzerà per tutti i suoi libri, e la conseguenza è una sorta di infantilismo anche dal punto di vista percettivo di cui lei stessa è cosciente, tanto da scrivere ne Il vino della solitudine “non essere stata bambina quando era il momento di esserlo forse fa sì che non si possa mai maturare come gli altri; si è appassiti da un lato e ancora acerbi dall’altro, come un frutto troppo presto esposto al freddo e al vento…”. La Némirovsky non riuscirà mai a liberarsi di quella ferita, il dolore e il trauma rimarranno per tutta la vita mantenendo costante uno stato emotivo pervaso di rabbia, rancore, desiderio di vendetta. Un’emotività che, anche stilisticamente, se aiuta la scrittrice a trovare a suo modo una elaborazione del lutto, una specie di terapia, non le permette di uscire da quel confine che diventa un limite.

È anche vero che nello stesso ventennio (tra l’inizio degli anni Venti e la fine degli anni Trenta) vengono pubblicati Alla ricerca del tempo perduto di Proust, l’Ulisse di Joyce e La montagna incantata di Thomas Mann, cominciano a comparire postumi i romanzi di Kafka e viene stampato Viaggio al termine della notte di Céline, e la Némirovsky non arriva certamente a quelle altezze. Tuttavia possiamo chiederci: prima o poi ci sarebbe riuscita? Avrebbe scritto altre opere ancora più straordinarie? Avrebbe superato il confine del dolore? Oppure, semplicemente: si può guarire dalla mancanza d’amore?

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