Roberta Di Pascasio

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Mese: Settembre 2025

Goliarda Sapienza. La disobbediente

Posted on 2 Settembre 20252 Settembre 2025 by Roberta Di Pascasio

Mi appassiona da sempre la vita di autori e artisti che sono morti da sconosciuti dopo aver tentato invano di farsi apprezzare o pubblicare, il cui bagaglio di sofferenze è la radice di capolavori che vengono scoperti e amati soltanto postumi – come un regalo beffardo del destino –, che pagano a caro prezzo la coerenza, la libertà, l’innovazione, che preferiscono spezzarsi che piegarsi a ideali o mode in cui non si riconoscono. Certe vite toccano nel profondo, mi commuovono persino.

Nel 1976, dopo quasi dieci anni di lavoro, Goliarda Sapienza – una scrittrice praticamente sconosciuta – porta a termine “L’arte della gioia”, un romanzo di 800 pagine unico, rivoluzionario, intriso di scandalo, in cui racconta la saga lunga quasi un secolo di Modesta, la sua eroina assetata di libertà che trasgredisce ogni legge per realizzare i suoi desideri e il suo ideale di grandezza femminile. Ma l’opera viene rifiutata da tutti gli editori italiani che la giudicano impubblicabile e Goliarda muore d’infarto venti anni dopo senza riuscire a vederla stampata.

Era nata nel 1924 a Catania in una famiglia di formazione anarchico rivoluzionaria: il padre Giuseppe Sapienza era un avvocato socialista e la madre Maria Giudice una figura di spicco, sindacalista al centro delle grandi lotte dei primi del ‘900. Dalla madre prende lo spirito della ribellione, dal padre la libertà da ogni vincolo sociale: è lui a impedirle di frequentare la scuola per non farla diventare una cretina ammaestrata; a casa riceveva un’educazione alternativa dai fratelli colti, mitteleuropei, rigorosi, atei. Arrivata a Roma poco più che adolescente, frequenta l’Accademia nazionale d’arte drammatica, fa esperienze d’attrice in teatro e al cinema con Luchino Visconti e soprattutto con Citto, il regista Francesco Maselli, che sarà il suo compagno per quasi vent’anni. Ma alla fine abbandona quel mondo e sceglie la scrittura, preferisce la parola alla macchina da presa. Fondamentale è l’incontro nel 1975 con Angelo Pellegrino di ventitré anni più giovane: sarà marito, compagno, alleato, fedele e convinto sostenitore del valore della sua opera; Goliarda finisce di scrivere “L’arte della gioia” a Gaeta, nella casa di lui, piccola, invasa da carte e posaceneri colmi di mozziconi di sigarette, ma con una terrazza affacciata sul mare. “Scendeva sulla spiaggia, apriva il suo lettino e vi si sedeva in punta, proprio sul bordo. Non si sdraiava mai. Guardava il mare e fumava Muratti Ambassador. Per minuti e minuti fissava un punto lontano, poi, all’improvviso, estraeva i fogli dalla sua borsa e iniziava a scrivere”.

Tutte scelte, letterarie e di vita, che paga a caro prezzo perché portano con sé isolamento, lunghe depressioni, difficoltà economiche, poi delusioni affettive, professionali, letterarie; per furto finirà anche in carcere un paio di mesi, un’esperienza ricordata da lei quasi con riconoscenza perché in un certo modo la libera di quell’imborghesimento che l’aveva allontanata dalla vita vera, di un lavoro troppo intellettuale che recide e fa sparire le mani, come disse in un’intervista; infine gli ultimi anni sono dominati dall’ansia crescente nel vedere l’accumularsi di lettere di rifiuto al suo romanzo, a questa sua “bambina nata morta che però deve vivere a tutti i costi”.

Modesta, la protagonista, nasce in una famiglia povera da cui non smette per tutta la vita di volersi emancipare per diventare una donna libera e realizzata, un percorso costellato di ribellione, piacere sessuale, omicidi, amore per donne e uomini, potere, spregiudicatezza. Dopo lo stupro subìto da ragazzina da parte di un uomo che afferma di essere suo padre, dà fuoco alla baracca lasciando morire la madre e la sorella: fin dalle prime pagine la penna di Goliarda non è leggera e continua così quando Modesta va in convento e infine quando si trasferisce nella villa della principessa Brandiforti fino a prenderne il controllo, come “un buon vecchio monarca”. La libertà sopra ogni cosa. Goliarda rifiuta del tutto le norme dell’epoca e le aspettative degli editori, il suo risulta un libro sconcertante, scandaloso, in cui Modesta va avanti nella sua battaglia di realizzazione senza sensi di colpa, senza tentennamenti, sfidando ogni convenzione, “volendo forgiare un destino non in senso neo liberare, io contro tutti, ma anche volendo generare una trasformazione nel mondo”. Come romanzo non obbedisce ad alcuna regola, a volte è barocco, a volte è scarno, una libertà stilistica coerente con la libertà della protagonista; un romanzo anarchico che si ribella a ogni forma di autorità morale, a ogni tentativo di imporre una lezione, di fornire una linea di condotta. Ma l’Italia degli anni ‘70 e ‘80 è un paese tormentato – sono gli anni di piombo – e un pensiero sovversivo e per giunta di una donna non può essere accettato. Eppure è la stessa epoca di “Lolita” di Nabokov, dunque possiamo pensare che più che la trama o le scene eccessive – in cui c’è un elemento narrativo di cui tener conto, le azioni di Modesta hanno un senso simbolico, necessario sul piano drammaturgico – è il pensiero controcorrente di una donna a rappresentare il problema e il fatto che una donna possa sottolineare con sprezzo delle regole e audacia quanto la società sia prigioniera di stereotipi.

L’editore Stampa Alternativa ne pubblica una piccola parte nel ‘94 ma, dopo la morte di Goliarda, il marito decide di stamparne un migliaio di copie a sue spese; il libro poco dopo arriva in Germania e poi in Francia ed è qui che avviene il miracolo inseguito per trent’anni: pubblicato nel 2005, diventa nel giro di una manciata di mesi un fenomeno letterario e quando Angelo Pellegrino passa davanti alle vetrine delle librerie francesi in cui è in bella mostra, letto amato consigliato, si commuove fino alle lacrime. In pochi anni viene riconosciuto come un grande classico contemporaneo (in Italia viene pubblicato solo nel 2008 da Einaudi): più che un semplice libro è un’esperienza di lettura, un romanzo di formazione e di trasformazione, l’avventura libera, contestatrice e strabordante di una donna che prima non esisteva in letteratura, una storia di oggi scritta nei primi anni ’70.

“Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali… E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione”.

(interviste e testimonianze nel documentario “L’arte della gioia”, Sky)

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