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Dino Buzzati: il buio e il fantastico

Posted on 6 Settembre 2023 by Roberta Di Pascasio

Da ragazzo Dino Buzzati era schivo e composto, dominato da una serie di insicurezze che gli rimarranno per gran parte della vita adulta, così come resteranno la severità verso se stesso, il senso del dovere, la disciplina e al contempo il bisogno di fantasticare. Era nato nel 1906 ma a vederlo sembrava un uomo dell’800, rigoroso, con un’eleganza classica e un’indole montanara e militare; non amava parlare di sé, si trovava brutto, secco, con un naso troppo grosso. Aveva paura del buio e del silenzio, ha raccontato una volta sua moglie, tanto che nella sua casa di Milano i quadri erano messi sul soffitto, come tanti affreschi vivaci, la musica suonava in tutte le stanze, le finestre erano spalancate sui rumori della città e le luci rimanevano accese anche di notte: conosceva bene l’oscurità dell’uomo e del destino, così nella vita reale cercava di esorcizzarla riempendo le sue giornate di suoni e colori. Come narratore ha indagato la morte e la tragedia come sale della vita, ha raccontato i sogni e le fantasie schiacciati dalle paure e dalle meschinità dell’uomo, ha parlato di dubbi, di misteri, di pulsioni, è andato oltre la realtà per scoprire quel territorio fantastico che si insinua tra le pieghe del reale e che si estende proprio lì dietro, un passo dietro la luce.

Il suo capolavoro “Il deserto dei tartari” è del 1940: il protagonista Giovanni Drogo è un giovane tenente che viene mandato alla fortezza Bastiani e passa lì tutta la vita a scrutare l’immensa piana, ad aspettare un nemico ormai leggendario, i tartari, e quando il nemico arriva davvero lui è vecchio e malato e costretto a lasciare il campo. Muore in una locanda lontana dalla battaglia. È un antieroe che diventa un eroe perché riesce a vincere la sua battaglia personale contro la morte e lo fa con un sorriso, quel sorriso finale un po’ beffardo con cui la accoglie nel momento in cui entra nella sua stanza.

“Tutti noi siamo Giovanni Drogo. Tutti noi abbiamo una tensione, questa attesa, tendiamo a qualcosa.” È la storia di un’occasione mancata, è un racconto sulla speranza: Drogo ha un sogno e “avere un sogno è bastevole”, riempie la vita, le dà un significato. Il romanzo nasce dalla sua esperienza come giornalista al Corriere della Sera, lavorava di notte ed è lì che gli venne l’ispirazione, tra colleghi già avanti con l’età che dopo anni continuavano a svolgere la stessa mansione, monotona, ripetitiva: “mi chiedevo se anch’io macinato da questa routine avrei passato la vita così, in attesa di qualcosa, di una grande occasione”. Una routine che fa perdere il senso del tempo, il giornale è come la fortezza Bastiani. Dopo aver consegnato il romanzo a Leo Longanesi, nel 1939 venne mandato in Africa per documentare per conto del giornale l’impresa coloniale fascista, e lì rimarrà per un anno; il giorno del suo compleanno scriverà sul diario “33 anni. Niente”.

C’è anche un’altra anima di Buzzati, una grande passione al pari dello scrivere: la pittura. Ha sempre amato dipingere – riempiva di disegnini i libri mastri del giornale che al tempo si compilavano a mano, quello della cronaca bianca e quello della cronaca nera – il pennello e la penna erano per lui due strumenti della stessa necessità e due modi complementari di raccontare storie sul destino, l’attesa, il mistero, la crudeltà, la tragedia. Un “mondo stralunato”, come lo definì Montanelli, che al pubblico piaceva molto mentre veniva snobbato dalla critica, come se non lo accettasse, sembrava dicesse: “che scriva Buzzati, che c’entra con la pittura?”. Esisteva una sorta di convincimento che non si potessero fare bene due cose insieme, mentre “dipingere e scrivere per me sono la stessa cosa”.

Nel ‘58 vinse il premio Strega con i suoi 60 racconti fantastici, uniti da un’idea, una sorta di fil rouge che li attraversa e dà loro forma: anche quando tutto sembra normale, può accadere qualcosa di sinistro, appare una smagliatura, si crea uno strappo, e a questo punto il fantastico entra nel reale, lo racconta, lo svela. “Ho sempre pensato, soprattutto nei luoghi tranquilli, che da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa di terribile, di brutto. Questa minaccia diffusa nell’aria circonda i miei personaggi”. Dino Buzzati è un maestro della narrativa breve, in cui spaziando tra meraviglioso e immaginario traduce in gioco, tragedia o mistero anche le situazioni più semplici e scontate. Uno dei racconti più famosi e inquietanti è “7 piani” in cui il protagonista entra in ospedale per una cosa da nulla, giusto una linea di febbre, e per questo ricoverato all’ultimo piano; l’edificio è strutturato in sette diversi piani, con i pazienti meno gravi in quello più alto, mentre ai piani più bassi si trovano via via i casi più difficili fino a quelli senza rimedio. La sua salute sembra non peggiorare e non migliorare, ma una serie di inconvenienti fanno sì che venga lentamente ma inesorabilmente trasferito ai piani inferiori, finché arriva al primo piano, dove non c’è più niente da fare e dove le persiane della sua stanza cominciano a chiudersi.

Da questa storia, magnifica e terribile, venne realizzato un dramma per il teatro dal titolo “Un caso clinico” che in Italia venne curato da Strehler come regista e in Francia da Albert Camus.

Alla morte di Dino Buzzati, nel 1972, Indro Montanelli scriverà per il Corriere della Sera “se ne va la voce del silenzio, se ne vanno le fate, le streghe, i maghi, gli gnomi, i presagi, i fantasmi. Se ne va, dalla vita, il Mistero. E che ci resta?”

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