Roberta Di Pascasio

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Mese: Febbraio 2024

Il superuomo secondo Dumas

Posted on 16 Febbraio 2024 by Roberta Di Pascasio

Le grandi storie della letteratura hanno il potere di immergere i lettori in mondi di fantasia che diventano veri e credibili. Persino istruttivi. Perché i libri, oltre a favorire l’immaginazione e migliorare la consapevolezza di sé e il linguaggio, sono maestri di vita, insegnano a vivere. La psicologa e romanziera Keith Oatley paragona le storie ai simulatori di volo: consentono ai piloti di addestrarsi in sicurezza, così le storie ci preparano alle sfide del mondo reale, la finzione narrativa racconta problemi simili ai nostri così da darci l’opportunità di vivere esperienze e problematiche di ogni tipo rimanendo illesi. Facciamo pratica insomma, ci esercitiamo come se fosse una palestra, leggendo ci domandiamo “cosa avrei fatto io?”. Le domande sono un modo per imparare a vivere. La letteratura informa, insegna, addestra.

“Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas è uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti ed emblematico dal punto di vista dell’allenamento e della sperimentazione per il lettore, che riesce a testare ogni situazione, emozione o avventura come se fosse proprio lì, tra le pagine insieme ai personaggi. E c’è davvero tutto in questa storia: l’innocenza tradita, la condanna ingiusta, il tradimento, la fuga, l’ottenimento di una grande fortuna da parte della vittima perseguitata, la libertà sofferta, la strategia di una vendetta contro personaggi che durante il romanzo sono stati resi così detestabili che è impossibile non esultare di fronte alla loro sconfitta, la voglia di resistere. Su tutto questo svetta il tema ricorrente del feuilleton: il superuomo. Ma a differenza di tanti altri romanzi popolari che si fondavano su questa figura, Dumas ce lo rappresenta tormentato, diviso tra l’onnipotenza e la paura, tra i dubbi e la consapevolezza che in fondo quel potere nasce dalla sofferenza, ne è in qualche modo giustificato. Dantès è un eroe senza tempo, umano e al contempo invincibile, la sua vendetta spinta fino alle estreme conseguenze racchiude il bene e il male, la giustizia e l’arbitrio. In fondo il conte è come un Cristo, dice Umberto Eco, vittima sacrificale della malvagità umana, buttato nella tomba del terribile carcere d’If da cui riemerge per giudicare gli uomini, senza mai dimenticare il suo dolore e la difettosità della natura umana.

E poco importa se è forse uno dei romanzi peggiori dal punto di vista della scrittura, così zeppo di ridondanze, di ripetizioni, di divagazioni che non trovano una fine e si ingarbugliano su se stesse, di sentimenti goffi e di descrizioni meccaniche, di personaggi tratteggiati con caratteristiche e reazioni simili per pagine e pagine; e questo ovviamente non perché Dumas non sapesse scrivere ma al tempo si veniva pagati a riga: è comprensibile che lo scrittore accogliesse anche il superfluo pur di racimolare qualche soldo in più. Inoltre si deve tener conto dell’esigenza, comune a tutto il romanzo d’appendice, di dover ripetere anche fatti già raccontati per non far dimenticare ai lettori distratti quanto successo di puntata in puntata, per mantenere intatto il filo della trama.

Eppure a distanza di più di 150 anni, nonostante le tante imperfezioni, “Il conte di Montecristo” continua a conquistare e ad appassionare lettori di tutte le età e rimane ad oggi una delle opere più lette e fortunate della letteratura, una storia con una carica emotiva così forte da avvincere il lettore dalla prima all’ultima delle centinaia di pagine di cui è composto. Perché a volte nella letteratura ciò che conta non sono le mancanze, le ridondanze, le ripetizioni, ma la capacità di coinvolgere e appassionare; anzi, potremmo chiederci: se la storia di Dantès non avesse avuto mille pagine ma soltanto un terzo, sarebbe stata ugualmente straordinaria e ammaliante? Probabilmente no poiché qui parliamo di stile, e se alcune opere, dal punto di vista ‘estetico’, non soddisfano tutti i requisiti di un’opera d’arte non vuol dire che non siano arte, vuol dire invece che la parte fondamentale è proprio la loro funzione fabulatrice, hanno una loro verità viscerale, una fascinazione indiscussa. Come diceva il pittore Gauguin, nell’arte viene prima l’emozione e soltanto dopo la comprensione. E l’emozione e il coinvolgimento di chi legge prescindono dalle regole, dalla perfezione, dai lacci della logica.

H. C. Andersen: lo spirito immaginifico di un brutto anatroccolo

Posted on 7 Febbraio 20247 Febbraio 2024 by Roberta Di Pascasio

Entusiasmo e malinconia, coraggio e paura, creatività e solitudine: sono tante le sfumature anche discordanti di un personaggio dall’aspetto sgraziato ma dalla fantasia inesauribile: Hans Christian Andersen ha scritto racconti, poesie, romanzi, resoconti di viaggi e soprattutto fiabe, tra le più lette e tradotte nel mondo, con diversi adattamenti per il cinema e il teatro. Ma la sua vita non è stata altrettanto avvincente. Le difficoltà e la precarietà con cui è cresciuto, la solitudine che lo ha sempre accompagnato – nonostante le molte amicizie prestigiose – e il suo carattere eccentrico e anticonformista lo hanno fatto sentire spesso emarginato, un diverso, in amore tenuto a distanza o umiliato. William Bloch, autore e regista teatrale danese, lo descrive come un personaggio strano e bizzarro, con gambe e braccia lunghe e magre e un naso enorme a dominare il volto.

Nella zona popolare della cittadina di Odense in cui Andersen nasce nel 1805, nell’isola danese di Fyn, le abitazioni non hanno acqua né riscaldamento e nella stessa casa angusta e fredda vivono ben cinque famiglie. Il padre cerca di mantenere la famiglia lavorando come calzolaio, ma guadagna poco e soffre di depressione, mentre la religiosità della madre, più grande del marito di una decina di anni, sfocia spesso nella superstizione; la gente li considera eccentrici e stravaganti, e anche il figlio subirà lo stesso destino. Il piccolo Hans cresce tra povertà e privazioni, eppure i genitori sono amorevoli con lui: il padre è istruito e appassionato di teatro, letteratura, politica, a casa gli costruisce un teatrino e passa le serate a raccontargli storie, la madre lo incentiva a studiare, a usare l’immaginazione; nonostante le ristrettezze e la fatica di sopravvivere, una volta l’anno i genitori lo portano a teatro ed è qui che Hans scopre un mondo di fantasia che lo affascina e cattura. Inizia a scrivere storie che se da un lato prendono spunto dai racconti popolari, dall’altro appaiono subito originali e insolite, un materiale fiabesco atipico perché non racconta di re e principesse ma al centro ha piccole cose della vita quotidiana della sua infanzia, persone comuni e animali, il tutto raccontato con un linguaggio semplice e un certo ottimismo di fondo, sebbene affronti anche temi come la morte, il dolore, la sconfitta. Questo piccolo idillio familiare protetto dalla dura realtà quotidiana non durerà molto: il padre è costretto a partire per la guerra perché al tempo la Danimarca è alleata della Francia nelle guerre napoleoniche e quando Napoleone perde, trascina con sé la Danimarca che deve rinunciare al controllo della Norvegia e della sua intera flotta, diventando in pratica un piccolo stato ininfluente. Al ritorno dalla guerra, il padre è distrutto e morirà a poco più di trent’anni; il piccolo Hans ne ha soltanto undici e il dolore e il vuoto per la perdita del padre lo spingeranno a scrivere una fiaba triste su un soldatino di stagno rimasto con una gamba sola, una delle tante fiabe che traggono ispirazione dalla sua vita, storie senza un lieto fine a conferma di quella visione malinconica dell’esistenza che lo accompagnerà sempre. Per mantenere la famiglia, la madre accetta di lavorare come lavandaia ma, rimanendo ogni giorno all’aperto con le mani immerse nel gelo delle acque del nord, per sopportare il freddo inizia a bere. Questa è la faticosa situazione in cui Andersen matura l’idea di voler andare via e di costruirsi un futuro diverso, lasciandosi alle spalle il passato. A soli quattordici anni utilizza tutti i suoi risparmi e parte alla volta di Copenaghen senza mai voltarsi indietro. Gli inizi nella grande città sono molto difficili, chiede l’elemosina per sopravvivere e prende in affitto una stanzetta in una zona dove vivono pescatori e prostitute. Per diventare famoso, che è e rimarrà il suo più grande desiderio, la spinta vitale che lo sprona a resistere e ad andare avanti, canta e balla in eleganti salotti della città: sono performance strane, spesso persino imbarazzanti per chi le guarda, ma ai più rimane simpatico e inizia a trovare mecenati e ricche famiglie disposti a sostenerlo, come il direttore del prestigioso teatro di Copenaghen che lo prende sotto la sua ala protettrice e ne incoraggia il talento creativo. È in questo periodo che scrive la principessa sul pisello, che ha al centro l’amore tra due ragazzi. Andersen lotterà con l’amore per tutta la vita, resterà celibe e le sue infatuazioni non verranno mai ricambiate: questo rimane un tratto particolare e molto discusso della sua vita, perché se è vero che pubblicamente corteggia le donne – sempre quelle di fatto irraggiungibili – è anche vero che sembra non fare mai sul serio, tanto che nelle lettere private rivela invece il suo amore per gli uomini; forse il suo grande amore fu il figlio del suo mecenate più importante che però, come tutti gli altri, lo tiene a distanza, lo rifiuta, lo umilia. La solitudine amorosa e le esperienze fallimentari lo traumatizzano, e si fa strada la consapevolezza sempre più amara di essere in fondo un diverso, un emarginato: la fiaba sul brutto anatroccolo è incentrata proprio sul tema della diversità, dell’accettazione, della fiducia in sé, ma se nella storia che racconta la diversità dell’anatroccolo diventa un punto di forza, nella realtà Andersen soffre per questa emarginazione, per l’impossibilità di vivere appieno l’amore, per la sensazione costante di non essere mai totalmente accettato.

Negli anni ‘30 dell’800, sebbene la Danimarca sia ormai piccola e isolata sul piano politico ed economico, si assiste a una fase d’oro per le arti e le scienze, le famiglie ricche promuovono e sostengono questo fiorire di creatività a cui partecipa lo stesso Andersen insieme ai tanti autori, filosofi e pittori che hanno dato lustro alla Danimarca, come il filosofo Kierkegaard e i musicisti Franz Liszt e Robert Schumann, che Andersen conosce e frequenta. A questa età dell’oro sul piano culturale non corrisponde tuttavia una grande libertà di idee e comportamenti, anzi è un’era molto puritana, pervasa di una rigida moralità, su cui la chiesa vigila e imprime il suo marchio basato sulla tradizione, le regole e il rifiuto di qualsiasi deviazione dalla norma. Forse questo è uno degli stimoli che spinge Andersen a partire e poi a pubblicare straordinari resoconti di viaggi: il suo spirito curioso e inquieto lo porta a visitare luoghi dove in pochi erano stati, la Turchia ad esempio o il nord dell’Africa; esplorare altri mondi rappresenta per lui una sorta di fuga dalla ristrettezza puritana della sua vita in Danimarca, rafforza la fiducia in se stesso, la voglia di scoprire e sperimentare, grazie al viaggio la sua diversità diventa forza creatrice, il coraggio si rafforza e tiene a bada la paura, la fantasia si allena, le idee dispiegano le ali come l’anatroccolo alla fine della fiaba quando si unisce ai cigni, frulla le piume e rialza il collo slanciato. Nel frattempo la sua popolarità cresce e supera i confini del suo paese, si diffonde in Europa e in America, innumerevoli le traduzioni delle sue opere. A Parigi conosce Honoré de Balzac e Victor Hugo, a Londra Charles Dickens che però si lamenterà del suo carattere eccentrico e lamentoso e non risponderà più alle sue lettere. Andersen ama soprattutto l’Italia, il sud in particolar modo e una delle sue fiabe più celebri, la sirenetta, è ispirata al paesaggio mediterraneo di questa parte del nostro paese. Tratta il tema dell’amore, della perdita, del dolore, del vivere in un corpo sbagliato: si assomigliano molto lui e la sirenetta, così come tanti personaggi femminili delle sue storie ricordano il loro autore. Fiabe che si diffondono in tutto il mondo, lette dai bambini che ne apprezzano le storie narrate con un tono leggero e colloquiale, e dagli adulti che comprendono fino in fondo il vero significato di quei racconti spesso tristi e senza un lieto fine.

Andersen è un artista creativo a tutto tondo, un artista visivo, bravo come collagista, appassionato di découpage che realizza e poi regala alle famiglie amiche che lo ospitano in ville e castelli; gira sempre con un paio di forbici nella tasca, pronto a creare e a stupire gli ospiti.

Verso la fine della sua vita la depressione contro cui non aveva mai smesso di lottare, come suo padre, prende il sopravvento, è stanco, le forze lo abbandonano, si ammala e non può più viaggiare. Morirà a 70 anni nel 1875 nella tenuta di amici e il funerale sarà così pieno di persone, anche importanti e famose, che la chiesa non riuscirà a contenerle tutte. Il suo lavoro influenzerà scrittori di tutto il mondo e darà lustro e gloria alla piccola Danimarca che continua a proteggere e mantenere viva la sua preziosa eredità culturale. Ancora oggi tutti i bambini danesi crescono leggendo le sue fiabe, il regalo tradizionale per ogni battesimo.

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