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Fragilità e talento: Fitzgerald & Zelda

Posted on 22 Giugno 2023 by Roberta Di Pascasio

Il passato letterario è pieno di grandi storie d’amore, pensiamo ad Alberto Moravia con Elsa Morante o Dacia Maraini, Simone de Beauvoir con Jean Paul Sartre, Dino Campana e Sibilla Aleramo. Ma com’era la loro vita insieme, al di là della letteratura?

Nei primi del ‘900 Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda rappresentano una delle coppie più ammirate e al contempo più fragili e tormentate.

È il 1918 quando si conoscono ad una festa in Alabama: lei ha soltanto 18 anni, è una ragazza del sud cresciuta in un ambiente conservatore – il padre è un giudice influente e severo – eppure ama la danza, beve, fuma, sfida le regole; lui ha poco più di 20 anni, è sottotenente dell’esercito, non ha terminato gli studi e si è arruolato volontario. A Fitzgerald piace guardarla danzare, mentre lei viene affascinata dalle sue parole, così si fidanzano. Ma quando la guerra finisce e lo scrittore torna a New York, il loro rapporto non resiste anche perché Zelda non intende sposare un aspirante scrittore squattrinato. Lui è distrutto, si sente sconfitto, si lascia andare al bere, non ha soldi. Finché un giorno un editore accetta di pubblicare il suo primo romanzo “Di qua dal Paradiso” che ottiene un grande successo, e questo gli permette di tornare da lei più sicuro e spavaldo: non è più un nullatenente senza prospettive, visto che anche i suoi racconti cominciano ad essere pagati e pubblicati nelle riviste. È incantato dalla sua bellezza, ammira il suo spirito irrequieto, lo sfidare persino se stessa, il coraggio, “la fiammante autostima”. Tutti i suoi personaggi femminili risentiranno di questa influenza, figure irrequiete, affascinanti ma anche instabili e fragili.

Nei ruggenti anni ‘20 a New York è la coppia più seguita e invidiata, le riviste di costume parlano del giovane scrittore e della moglie bella e sfrenata che passano le giornate tra sbronze, giochi, viaggi e feste sfavillanti, in cui, nonostante il proibizionismo, l’alcol scorre a fiumi. Continua il successo editoriale di lui, che pubblica il secondo libro “Belli e dannati”, e continua una vita mondana trasgressiva e dispendiosa, tanto che decidono di trasferirsi in Europa per limitare le spese folli. Nel ‘25 viene pubblicato “Il Grande Gatsby”, il suo grande capolavoro. Sono giovani, hanno successo e tanta voglia di vivere ma già qualcosa comincia a incrinarsi. Zelda vorrebbe scrivere, danzare, conquistare l’autonomia economica, lui beve molto, è infastidito dalle mire letterarie della moglie.

Entrambi hanno profonde fragilità e contraddizioni. Lui è diviso tra la tendenza verso una completa dissoluzione e un sentire cattolico con cui è cresciuto, tra un alto ideale artistico e il dover abbassarsi a scrivere racconti e novelle solo per soldi; lei da un lato è una donna emancipata e ribelle, che vuole sperimentare la danza, la scrittura, la pittura e che vuole l’indipendenza economica, dall’altro ha un bisogno viscerale di essere amata, protetta. Zelda dà segni d’irrequietezza sempre più frequenti, viene ricoverata per la prima volta in una clinica psichiatrica per esaurimento nervoso, la diagnosi è schizofrenia; Fitzgerald beve molto, ha pochi soldi, sente penzolare sopra di sé la spada di Damocle del fallimento. Sono gli anni della crisi economica, della grande depressione, della distruzione di ogni speranza, l’America è un paese impoverito, fiaccato.

In clinica Zelda scriverà il suo unico romanzo “Lasciami l’ultimo valzer”, una storia autobiografica sulla loro vita; lo scrittore ne è irritato e risponderà con il romanzo “Tenera è la notte”, che racconta la bella vita dei ricchi dopo la guerra. Ma la critica fu negativa e le vendite scarse. Tante cose erano cambiate negli ultimi tempi, soffocate sotto le difficoltà, la povertà, la crisi, il paese non prova più interesse per le feste e le baldorie di un pugno di ricchi americani lungo la costa Azzurra. Negli anni seguenti Zelda ha frequenti attacchi di panico, allucinazioni, esplosioni di violenza, tenta ancora il suicidio; lui non sta bene, continua a bere, ad avere problemi economici e nel 1940, a poco più di quarant’anni, muore d’infarto a Hollywood dove era andato per provare la carriera da sceneggiatore, mentre lei morirà otto anni più tardi nell’incendio della clinica in cui era ricoverata.

Una storia tra le più belle e tristi. È vero che il conflitto, la competizione, la gelosia, le delusioni hanno corroso la loro vita di coppia, ma forse senza tutto questo non sarebbero stati loro e Fitzgerald non avrebbe scritto ciò che ha scritto. Hanno vissuto all’ombra delle loro contraddizioni e debolezze, eroi della fragilità li definì una volta Fernanda Pivano. La fragilità di un’età adulta fiaccata da alcol, difficoltà economiche, malesseri fisici, dopo “l’infinità di rosei pensieri e di sogni” che la giovinezza aveva promesso loro. Una promessa che non ha mantenuto. Come fa spesso, d’altra parte.

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