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Mese: Maggio 2023

Emily Brontë anarchica e visionaria

Posted on 31 Maggio 20232 Settembre 2023 by Roberta Di Pascasio

Emily Brontë è un’altura solitaria, una sublimità che risplende, un genio anarchico e visionario: così la descrive Harold Bloom nel suo libro dedicato ai grandi geni della letteratura mondiale. Eppure la scrittrice inglese, vissuta in un piccolo villaggio dello Yorkshire nella prima metà dell’Ottocento, ha lasciato un solo romanzo “Cime tempestose” e una manciata di poesie. Un destino crudele si abbatte sulla sua famiglia: il padre, il reverendo Patrick Brontë, sopravvive a tutti i suoi sei figli, la moglie e le due figlie maggiori muoiono nel giro di pochi anni, l’unico figlio maschio morirà vittima di alcol e oppio, la stessa Emily perde la vita a soli trent’anni a causa della tubercolosi.

Emily passa le sue giornate dedicandosi agli animali, alla natura e ad Anne, la sorella più fragile, ma è nella scrittura che viene fuori la sua vera anima: selvatica, poetica, intensa, rabbiosa. Il suo mondo narrativo rompe gli schemi, trasforma la letteratura del tempo, squassa e innova. Ma come succede spesso ai rivoluzionari, all’inizio è incompresa. La stessa Charlotte, sua sorella, scrisse una prefazione a “Cime Tempestose” in cui offre di Emily un’immagine in fondo accettabile e addomesticata, esortando i lettori ad amarla, edulcorando la sua vena eversiva tanto da diventare una delle maggiori responsabili della sbagliata ricezione del romanzo: per molti anni fu considerato un romanzetto d’amore e non il capolavoro che è, l’opera assoluta della scrittrice del vento e della perdita, della ricerca della felicità nell’eterno e quindi dell’infelicità come colpa e non come sciagura o condizione umana.

“Cime tempestose” venne pubblicato nel 1847 sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell. Il titolo rimanda a quelle terre poste sulla cima di un colle dove spira il vento e la pioggia costante crea un’atmosfera spettrale. Se per Charlotte e Anne l’ambiente domestico e le vicende personali costituirono una fonte di ispirazione per le loro opere, nel romanzo di Emily sembrano perdersi le tracce dell’ambiente familiare dei Brontë, nonostante sia stata tra le sorelle la più legata alla brughiera e alla casa paterna, dove visse per tutti i trent’anni della sua vita, eccetto che per brevissimi periodi di lontananza.

Appena pubblicato, il romanzo provocò subito scandalo per la drammatica violenza dei sentimenti proposta a lettori abituati a una rappresentazione zuccherosa e convenzionale dell’amore, una storia potente e tempestosa che si muove in una dimensione fantastica, nell’universo primordiale dell’istinto e del sentimento: narra le vicende di due famiglie, gli Earnshaw che vivono nelle tempestose cime della brughiera e i ricchi e gentili Linton che abitano nella dolce e verde vallata, due mondi contrapposti e specchio di una diversa visione della vita; in mezzo a loro Heathcliff, tenebroso e malvagio eroe byroniano, il trovatello che porterà avanti una feroce vendetta contro entrambe le famiglie.

Emily rompe i tabù della benpensante società vittoriana del tempo, racconta di un personaggio brutale come Heathcliff senza condannarlo e soprattutto propone una concezione dell’amore e della passione che va oltre, un sentimento assoluto che comporta una fusione degli amanti e la perdita della loro identità, e questo minaccia l’ordine della vita borghese. Una sfida alla morale comune con la sua critica alla famiglia, all’educazione, alla morale e alla rispettabilità borghese.

La narrativa del tempo era essenzialmente realistica, tendeva alla rappresentazione della vita quotidiana, aderiva al vero e al credibile. In questo contesto, il romanzo di Emily Brontë apparve straniante e claustrofobico, fuori dal tempo e dallo spazio. La storia si concentra tra le due tenute, non si sposta mai. Il mondo della scrittrice, fatto di passioni, ossessioni e vendette, non si avvicina al mondo reale, i personaggi sono isolati e il lettore si trova immerso in una realtà priva di qualsiasi riferimento realistico. Era un romanzo diverso, disorientante, unico per intensità visionaria e originalità narrativa, per questo la critica fu avversa: i contenuti troppo forti, la violenza psicologica e materiale che pervade il libro, il carattere mistico e insieme distruttivo dell’amore tra i due protagonisti, la malvagità di Heathcliff, gli elementi gotici che invadono il romanzo uniti a una struttura non lineare che sfida le convenzioni della narrativa del tempo, la non evoluzione di una vicenda che si consuma in un andirivieni fatale tra le due dimore opposte e speculari spiazzarono tutti, persino i critici.

Ci vollero anni perché il romanzo suscitasse entusiasmo. Soltanto nel Novecento, tuttavia, a “Cime tempestose” venne riconosciuto lo statuto di capolavoro della letteratura di tutti i tempi. In una società letteraria attraversata dai fermenti delle nuove avanguardie e dalle prospettive aperte dalla psicoanalisi, quelle che i primi lettori avevano giudicato trasgressioni eccessive e incoerenze narrative vennero apprezzate come frutto di una sorta di sperimentalismo che anticipava le novità che già avevano cominciato a scardinare l’impianto strutturale del romanzo realista ottocentesco. Un’opera che continua a godere di tutto il fascino ambiguo di una storia spregiudicata e poetica, mistica e malvagia, visionaria e grottesca: così lontana dalla società ed estranea alle convenzioni del suo tempo da risultare eterna.

Virginia Woolf ammirava profondamente il talento innovativo di Emily Brontë: “Che genio, che integrità dev’esserci voluta, davanti a tutta quella critica, in mezzo a quella società puramente patriarcale, per tenersi saldamente alla realtà, così come la vedevano, senza deflettere! Solo Jane Austen ed Emily Brontë l’hanno fatto. Questa è un’altra piuma, la più bella forse, sui loro cappelli. Scrissero come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini. Fra le mille donne che allora scrivevano romanzi, solo loro ignorarono del tutto i perpetui ammonimenti dell’eterno pedagogo: scrivi questo, pensa quello. Solo loro furono sorde a quella voce insistente, ora brontolante, ora condiscendente, ora autorevole, ora addolorata, ora scandalizzata, ora arrabbiata, ora familiare, quella voce che non lascia in pace le donne, ma deve sempre star loro addosso…”

La doppia anima di Goethe, Proust e Mann

Posted on 31 Maggio 20232 Settembre 2023 by Roberta Di Pascasio

Di molti scrittori analizziamo le opere, i personaggi, le tematiche ricorrenti, lo stile. Ma di quanti conosciamo la vita? I condizionamenti della famiglia, dell’educazione ricevuta, dell’infanzia? Mi appassiona da sempre scovare suggestioni, influenze, debiti e sfumature nella loro esistenza, umana e artistica.

Nei tre grandi della letteratura europea, J. Wolfgang Goethe, Marcel Proust e Thomas Mann, si può individuare la convivenza di due anime opposte, bagagli e simboli della diversità di spirito e di carattere dei genitori e dunque dell’ambiente in cui sono nati.

Su Goethe, Freud ha scritto un lungo saggio in cui sceglie e analizza un episodio della sua infanzia, l’unico aneddoto raccontato dallo stesso scrittore in cui da piccolo, affacciato alla finestra, si diverte a buttare in strada utensili, brocchette, piatti, vasellame, stoviglie. Ogni cosa finisce in frantumi sulla via. Secondo il padre della psicanalisi fu la nascita di un fratellino a spingere Goethe bambino a quell’azione eversiva e sfrontata, come a voler inconsciamente buttar fuori di casa l’intruso che poteva scompigliare la sua vita privilegiata, piena dell’amore della madre e dell’unica sorella. “Un bambino sa che un’azione del genere è male e provocherà una punizione da parte dei genitori, ma se non si lascia frenare da questa consapevolezza probabilmente vuole sfogare il suo rancore nei loro confronti, mostrarsi cattivo”. In realtà la gelosia competitiva tra fratelli non ebbe mai modo di esacerbarsi perché nessun bambino, oltre lui e la sorella, sopravvisse nella loro famiglia: ne morirono ben quattro precocemente, solo uno raggiunse i sei anni, gli altri morirono a un anno, due o addirittura a pochi mesi dalla nascita. Dal padre, ricco ed esigente, lo scrittore ereditò la serietà, l’amore per l’ordine, la coscienziosità, il senso del dovere; dalla madre la socievolezza, la fantasia. Secondo Freud, Goethe è cresciuto nella bolla d’amore della madre, figlio prediletto e incontestato, e da questo idillio protetto e affettuoso ha tratto la sicurezza, il sentire da conquistatore, la fiducia nel successo, la creatività.

Anche Proust incarna la convergenza di due discendenze profondamente diverse: il padre è un medico borghese, professore di Igiene alla facoltà di Medicina, solido, apprezzato e noto a livello internazionale, un po’ burbero e con sprazzi di generosità inattesi e arbitrari; la madre e la nonna sono invece due figure anticonvenzionali per l’epoca, di un’intelligenza vivace e rara e appartenenti a una famiglia ebrea di alto lignaggio: furono loro a iniziare lo scrittore all’amore per la letteratura, la musica e l’arte, a infondergli il tocco ironico, l’acutezza dell’osservazione. Con la madre, dolce e indulgente, usava fare il gioco delle citazioni, un passatempo che aveva creato codici di comunicazione tali da far sentire escluso chiunque non facesse parte del clan. Di tutta la famiglia, l’unico che non compare nella monumentale opera “Alla ricerca del tempo perduto” è il fratello Robert: cancellando il suo ‘doppio’, Proust ha forse voluto scartare un’ulteriore miccia di quella gelosia divorante manifestata più volte. Unico beneficiario dell’affetto della madre, raddoppiata dalla figura della nonna, il narratore può così diventare il solo centro di tutto, un amante tirannico. 

Già nella seconda metà del Settecento i Mann vivono e prosperano a Lubecca, sono cittadini autorevoli, notabili della repubblica e facoltosi mercanti, imprenditori e armatori di successo, proprietari di terreni, magazzini e di una casa poi celebrata nel romanzo “I Buddenbrook”. Thomas Mann nacque a Lubecca nel 1875, in questo ambiente di ricca borghesia privilegiata; il padre è senatore e notabile di prestigio, la madre invece ha origini tedesco-brasiliane, è nata in Brasile, e di queste radici conserva le memorie e le nostalgie latine, il colore scuro di occhi e capelli, l’amore per l’arte, il talento musicale, una figura inconsueta dunque, differente da tutti. Un’unione, quello tra la creola bella e creativa e il senatore severo e serio, che sicuramente aveva provocato un piccolo scandalo nell’ambiente borghese rigido, snob e un po’ ottuso. I Mann erano una famiglia complessa, segnata dal suicidio delle due sorelle minori di Thomas e con il padre che morì improvvisamente quando l’ultimo nato aveva soltanto pochi mesi. Una morte precoce, un padre che doveva pure covare in sé il seme di un dissidio e di una diversità che lo avevano spinto ad amare una “straniera”, una vita faticosa la sua, con una conflittualità interiore che rivive nel dramma del senatore Buddenbrook. Questo padre che dovette assistere impotente e stupito alla vocazione artistica dei due figli maggiori, Thomas e il fratello, indifferenti al commercio e al dovere morale di portare avanti l’impresa di famiglia. Quando morì infatti, tutto quello che aveva costruito, sommato all’eredità delle generazioni che lo avevano preceduto, venne distrutto, la ditta fu liquidata e tutti i beni venduti. In Thomas Mann convivono le due anime della famiglia: quella artistica e creativa della madre e quella paterna del controllo, dell’austerità, del lavoro quotidiano costante e inflessibile che lui mise nella scrittura. Tanto che quando il suo primogenito si suicidò, rinnovando un’inquietante e dolorosa inclinazione famigliare, Thomas Mann era in Svezia per una serie di conferenze e non si sottrasse agli obblighi sociali e professionali, con un senso del dovere all’apparenza freddo, cinico persino.

Insomma, nel bene e nel male non si sfugge facilmente alle impronte famigliari. Come scrisse Marcel Proust “abbiamo ricevuto dalla nostra famiglia le idee di cui viviamo così come la malattia di cui moriremo”.

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