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Lo spirito inquieto e ribelle di Collodi

Posted on 2 Novembre 20262 Novembre 2026 by Roberta Di Pascasio

Si dice che Pinocchio sia il libro più letto al mondo dopo la Bibbia.

Ma cosa simboleggiano le sue avventure e, soprattutto, cosa raccontano del suo autore?

Prima di immergerci nello spirito giovanile, ribelle e provocatorio di Collodi, facciamo una breve premessa riguardo il tipo di storia che ruota intorno alla trasformazione di un burattino in un bambino in carne e ossa.

Cominciamo dai miti, le più antiche e grandiose storie archetipiche, le cui origini affondano nel buio del passato e sfumano nell’anonimato collettivo: i miti non hanno autori ma cantori, aedi, poeti, e raccontano accadimenti universali come la nascita dell’universo o l’origine dei fenomeni naturali. Le leggende sono simili, anch’esse narrazioni archetipiche senza fonti e senza autori. Come i miti e le leggende, anche le fiabe nascono nell’oscurità della storia e nell’anonimato degli autori: i fratelli Grimm o Andersen non sono scrittori di fiabe ma conoscitori della cultura popolare, hanno raccolto, sistemato e riportato su carta una tradizione orale secolare. Le favole invece vengono attribuite ad autori singoli, come Esopo e Fedro, che portano avanti una morale della favola a differenza di miti e fiabe. Le parabole sono simili alle favole ma allegoriche in modo esplicito: si tratta di narrazioni rivolte alla moltitudine per diffondere un messaggio educativo (emblematiche le parabole evangeliche raccontate da Gesù ai fedeli). Poi ci sono i racconti fantasy, rivisitazioni di storie archetipiche ispirate a leggende, fumetti e cartoon che attingono al mito, al folklore, alla magia.

Più nobile è il romanzo di formazione in cui si narrano avventure e disavventure di un personaggio che possiede le caratteristiche dell’eroe archetipico: nascono dalla fantasia e dall’inconscio di un singolo e raccontano il percorso psicologico ed esistenziale attraverso il quale l’individuo diventa davvero sé stesso. In questo senso le avventure di Pinocchio rientrano in quest’ultima categoria perché descrivono le peripezie attraverso cui un burattino di legno diventa un ragazzino in carne e ossa: non sono una fiaba perché nascono da un autore, eppure la storia è piena di figure e situazioni simboliche e quindi, al pari della fiaba, descrive per simboli una parte del processo individuativo e rappresenta quanto accade nell’evoluzione di ogni persona.

Ma com’è nata l’idea di Pinocchio e quanto c’è in lui dello stesso Collodi?

Carlo Lorenzini nasce nel 1826 a Firenze – esattamente duecento anni fa – figlio di un uomo di umili origini che cucina per i conti Ginori e di una donna che fa la sarta e viene da un paesino in provincia di Pistoia chiamato Collodi. Già la scelta dello pseudonimo evidenzia un forte legame con la madre con cui avrebbe poi convissuto per molto tempo, senza sposarsi mai né portando avanti relazioni durature. I suoi genitori hanno una decina di figli – ne sopravvive solo la metà – e versano nell’indigenza: per questo da bambino Collodi vive con gli zii materni e poi viene iscritto al seminario di Colle Val d’Elsa. Svogliato e indisciplinato a scuola, la abbandona per andare a lavorare nella Libreria Piatti di Firenze dove inizia a redigere notizie e recensioni per il bollettino dell’Editrice, iniziando un’attività sempre più intensa e sistematica di giornalista e pubblicista. Con il passare del tempo, sarà sempre più chiara “la sua fisionomia di uomo di cultura, incline al teatro e alla narrazione, giornalista politico attivo, capace di un pensiero originale e graffiante, poco accline ad appiattirsi su posizioni scontate o passatiste”.

Spirito inquieto, giovanile e ribelle, fatica a sopportare il ruolo di impiegato nella pubblica amministrazione, che mantiene solo per sostentarsi e che abbandonerà intorno ai cinquantacinque anni. La naturale predisposizione alla disobbedienza e alla provocazione dunque non sono di Pinocchio, ma arrivano a Pinocchio dall’indole personale del suo autore. Verso i trent’anni inizia il suo periodo più scapestrato: ha rapporti disordinati con attrici di teatro, vive una relazione con una donna sposata e madre di due figli, passa le notti ai tavoli da gioco e la mattina gira alla ricerca di soldi per sistemare le perdite subite durante la notte; è beffardo, provocatorio con i suoi superiori, beve molto, mostra incomprensibili manie di persecuzione e veste in modo eccentrico. “Il disadattamento e la tendenza antisociale di Pinocchio non sono descritti con la precisione del clinico, ma con la competenza dell’esperto”.

Accanto all’attività di giornalista e autore teatrale, coltiva la passione per la letteratura per l’infanzia. Grazie a una buona conoscenza della lingua francese e a una straordinaria padronanza di quella italiana, nel 1875 traduce le fiabe di Charles Perrault, che gli fanno scoprire l’immaginario fiabesco e l’eleganza francese nel tratteggiare i personaggi delle fiabe. Alla traduzione delle storie di Perrault, seguono due libri di lettura per ragazzi “Giannettino” e “Minuzzolo” che narrano le storie di due ragazzini svogliati e indisciplinati, versioni ante litteram del burattino di legno. Lo stile letterario e il successo dei due racconti gli fanno ottenere l’incarico di compilare libri di testo per le scuole fiorentine.

“Carlo Lorenzini ha cinquantacinque anni, una situazione economica stabilmente instabile e un assetto personale non propriamente saldo, un inestinguibile feeling con la narrazione e un animo di Puer capace di parlare con efficacia ai ragazzini”. Così, su insistenza dell’amico Guido Biagi ma convinto soprattutto dal bisogno di denaro per pagare i debiti di gioco, accetta di scrivere una “bambinata”: con lo pseudonimo di Collodi, nel 1881 pubblica a ritmo discontinuo sul Giornale per i Bambini 15 episodi che narrano la storia di un burattino e si concludono con la sua impiccagione alla Quercia Grande. Ma le richieste del pubblico e le pressioni dell’amico Biagi lo spingono a riprendere la narrazione – verrà chiusa definitivamente dopo un paio d’anni.

Disordinato e istintivo, scrive in piedi su piccoli fogli celesti poggiati su un’alta scrivania a leggio, soprattutto di notte: il racconto è il risultato del suo estro, della sua sfavillante creatività, non di un disegno narrativo meditato e preciso; anche il ritmo è dettato dai bisogni materiali, dai creditori, dalla passione per il gioco e il vino, dalle pressioni dell’editore, dagli spazi che gli concedono sul Giornale. Nel 1883 i 36 capitoli vengono raccolti in volume e pubblicati con il titolo di “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”.

Pinocchio è dunque un romanzo di formazione che nasce dall’inconscio e dalla genialità del suo autore ma parla all’inconscio di ognuno, evidenzia in modo chiaro la personalità di Collodi ma descrive vicende comuni nella realizzazione di un percorso individuale. Per questo è una storia archetipica, scritta grazie all’esuberanza e ai guizzi dell’inconscio dell’autore, non più giovane ma con una straordinaria freschezza giovanile, è “concepita per il piacere ludico della narrazione e non dettata dall’ambizione intellettuale dell’erudizione”; una storia densa di situazioni archetipiche e di figure simboliche, che ha affinità con le fiabe senza essere una fiaba. Ma a leggerla come una fiaba, parla di passaggi psicologici evolutivi universali che riguardano ciascuno in particolare. Pinocchio compie una bizzarra parabola di trasformazione attraversando tre grandi passaggi: nel primo il legno diventa burattino, nel secondo il burattino diventa ciuchino e nel terzo il ciuchino diventa bambino. Ogni volta rimane sé stesso, ma muta profondamente d’aspetto e di stato. La sua storia rappresenta un ciclo completo di rinnovamento. Questa è la sua grandezza: la storia di Pinocchio è in sintesi la storia dell’avventura umana in cui tutti possono riconoscersi e, come scrisse Benedetto Croce, “il legno, in cui è tagliato Pinocchio, è l’umanità”.

*citazioni tratte dal libro “Pinocchio siamo noi” di Claudio Widmann (Edizioni Scientifiche Ma.Gi.)

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