#àncore
Dacci oggi la nostra ossessione quotidiana.
Ogni giorno c’è un argomento di cui parlare in modo aggressivo o categorico, un tema per cui polemizzare, insultarsi persino, perché in fondo conta solo la propria verità. Ma il giorno dopo viene dimenticato, una notizia dura il tempo di un fiammifero acceso, tutto si consuma in fretta lasciando il posto ad altri argomenti di cui avere sempre una convinzione ferrea da imporre agli altri. Si riesce ad avere un’idea limpida e netta su tutto e si riesce a passare da una questione all’altra con la leggerezza e la velocità di uno stormo di uccelli che vira compatto all’orizzonte. Ogni cosa si disintegra in fretta. Idee, rapporti, convinzioni. La compassione, poi, è un lampo. Niente sgomenta più. A me impressionano i film e i libri, figuriamoci il mondo reale, oggi. Allora penso che si debba avere per forza una manciata di cose sicure su cui fare affidamento per resistere a questa amara tendenza alla disintegrazione. Un piccolo recinto sicuro. Gli affetti, la scrittura, qualsiasi sostegno a cui reggersi forte. Perché c’è sempre vento quassù, carica e trascina via tutto ciò che non ha qualcosa o qualcuno a cui ancorarsi.
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#alleggerirelavita
Le persone giudicanti, colme di pregiudizio e senso di superiorità, sono come un amore infelice: devi cercare di liberartene il prima possibile.
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#lagentilezza
L’unico problema della gentilezza è che ci si abitua facilmente a riceverla. E l’abitudine è sempre deleteria, non riconosce più neanche il valore delle cose belle anzi, le banalizza, le svaluta persino. Più uno è gentile, più l’altro pretende, se ne approfitta, ne abusa.
Invece la gentilezza è come un bel ricordo: si deve meritare.
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#questionediaspettative
La delusione è sempre una questione di aspettative. Ti aspetti dagli altri la stessa visione dei rapporti che hai tu, la stessa idea di correttezza, di gentilezza. Ho scritto pure un libro sulla differenza di punti di vista, eppure a volte la dimentico io per prima, dimentico che ognuno legge la realtà da una prospettiva differente e si comporta secondo la propria mappa di valori.
Forse l’unica certezza oggettiva è che non c’è sentimento più effimero della gratitudine.
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#mondiperduti
Mi è sempre piaciuto chiacchierare con le persone anziane, è un mondo che mi intenerisce, mi regala punti di vista differenti, e più passa il tempo e più condivido il loro sguardo verso il passato… Adriano ha quasi 80 anni e lavora ancora, porta su e giù per l’isoletta del Giglio i turisti con il servizio di taxi collettivo, è magrissimo, pieno di energia, porta sempre occhiali neri a fascia e magliette colorate, sembra un’ape indaffarata che svolazza ovunque senza stancarsi mai. Mi racconta di com’era bella la sua isola negli anni ’70 e ’80, selvatica, aspra, senza auto, “guarda adesso, la stanno distruggendo, auto dovunque, non sappiamo più dove metterle”. Dice che un tempo poteva portare la macchina solo chi viveva lì o aveva una seconda casa, ma la società dei traghetti è potente e ha fatto annullare questa regola comunale così adesso sputa ogni giorno decine di auto che soffocano tutto. Alle Cannelle non si riesce quasi a vedere il mare perché gli ombrelloni occupano ogni piccolo spazio, “come fa la gente ad andare in quel pienone? Il proprietario accumula immobili e ricchezze, ma i turisti non vedono neanche il paesaggio e pagano pure per andare in bagno, ah no?”
Adriano parla tantissimo, prova a far capire a chi viene da fuori che l’anima dell’isola non è quella che si vede ma è nascosta, la trovi nelle calette isolate, tra le piccole case del borgo medievale di Castello, nel tramonto silenzioso di Campese, tra gli alberi della cima più alta, nel mare spezzato dal maestrale. Prova a farci immaginare com’era un tempo e soprattutto com’era diverso l’approccio al viaggio quando era un ragazzo. Qualcuno mi dice di non dargli corda altrimenti non la smette più, invece a me piace ascoltare i suoi racconti, a un certo punto mi snocciola il suo albero genealogico come fosse un rosario e si commuove quando ricorda i suoi nonni.
“È un mondo perduto ma io lo recupero per me, ho il mio orto, i miei alberi di arance limoni susine, una barchetta con cui vado a pesca, mi garba tanto la sera girare tra gli oleandri e i pomodori con il mio cane”.
Prima di partire ci siamo abbracciati. Il suo mondo fatto di tramonti, barchette e alberi di limoni io lo invidio tantissimo ![]()
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#corsiericorsi
Negli anni mi è capitato a volte di visitare paesi prima che venissero invasi da altri o rovinati dall’interno o completamente distrutti… per odio verso i popoli vicini, per il potere, per motivi religiosi. Adesso leggo notizie o guardo il loro presente in tv come se fossero amici persi per sempre, le terre e le comunità martoriate aumentano di anno in anno perché la longa manus della bramosia arriva ovunque, da sempre. So che fa parte del gioco, i corsi e ricorsi storici, il “progresso”, la conquista e tutto il resto. Ma l’amarezza è infinita.
Tempo fa sono stata in Groenlandia, una terra selvaggia e magnifica, l’isola più grande del mondo con neanche 60mila abitanti che vivono soprattutto di pesca, tra fiordi, casette colorate in legno, distese di margherite o di neve candida. Pensare che la prima causa di morte è la caduta dalla barca con cui pescano – perché a volte si scontrano con le balene che dormono appena sotto la superficie e le acque gelide danno pochi minuti di tempo per salvarsi – dà il senso di una vita primordiale e selvatica. Quando è estate il sole tramonta a mezzanotte, lasciando un cielo striato di rosa viola e arancione, le pareti degli iceberg assumono sfumature diverse durante il giorno, i pezzi di ghiaccio danzano sull’acqua e fanno un gorgoglio come se parlassero, le chiese i negozi e gli alberghi nella loro essenzialità architettonica paiono disegnati dai bambini sotto quel cielo di un azzurro scintillante.
Ma da tempo la Groenlandia è oggetto del desiderio e non certo per la sua bellezza: è una terra ricca, ha risorse naturali, una grande ricchezza mineraria, un’infinita riserva di acqua dolce, un mare zeppo di pesce, occupa una posizione cruciale nell’Artico. Chissà se farà la fine di tanti altri paesi, occupata sbrindellata violentata. La lista è sempre più lunga.
Esiste qualcosa di più spaventoso delle persone? si chiedeva Svetlana Aleksievič e la risposta continua a essere la stessa: no, non esiste. L’essere umano continua a saper fare soprattutto questo, distruggere, uccidere, ricostruire sulle macerie, desiderare e poi distruggere ancora, in un ciclo infinito di potere e ingordigia e crudeltà ![]()
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#lalentezza
Quando qualcuno parla e tronca le parole del discorso, tipo “dai raga”, “facciamoci un ape”, “ti do una spiega”… ecco, sento come un brivido che corre lungo la schiena, per un attimo perdo l’orientamento, resto lì a pensare alle lettere mancanti che iniziano a vagare nella mia mente e vorrei acciuffarle, rimetterle a posto, ricomporre le frasi, così mi distraggo e non ascolto. Sarò antica, un po’ anacronistica in un mondo in cui tutto è sempre più veloce, sintetico, convulso, ma almeno il linguaggio proteggiamolo, salviamo le parole, sono meravigliose tutte intere, ribelliamoci alla fretta, al consumo frenetico di ogni cosa… posso capire la scrittura abbreviata nei messaggi e nelle chat, quella ormai è una battaglia persa, ma per la conversazione forse possiamo ancora fare qualcosa, rifiutando le scorciatoie, dando il giusto respiro alle idee e abbracciando la cura e la lentezza, per dirla con Kundera.
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#sensodiappartenenza
Non mi capitava da tempo un’occasione in cui poter rivedere tante persone del passato, degli anni dell’adolescenza, della scuola, della piazza, “la meglio gioventù” di un’altra vita. Momenti, sempre più rari ormai, in cui ci si ritrova, ci si saluta, ci si abbraccia, con il piacere e la semplicità di chi ha condiviso gli anni migliori e non deve fare grandi discorsi per capirsi.
È stato come ricordare d’improvviso tutta la strada percorsa. Ho una storia, un passato, radici su cui sono cresciuta, appartengo a una città e per questo, al di là dei viaggi e degli altri posti in cui ho vissuto, non l’ho mai lasciata: conosco ogni angolo, le case e le persone, le strade e le piazze, le luci e i colori, gli alberi e le montagne, le storie e gli sguardi.
È stato bello.
Siamo parte di un insieme, di affetti e di luoghi, e questo è sempre confortante. Il senso di appartenenza è un sentimento.
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#illatonascostodellestorie
Volevo scrivere una storia sulla mancanza, sulle vite “concave”, sulla speranza come desiderio inesauribile, sulla solitudine che per dirla con Murakami non è solo assenza di persone ma anche di senso e di comprensione, sulle ferite, sulla passione come pungolo necessario; un girotondo di personaggi che si muovono alla ricerca di un posto stabile e rassicurante, che spesso non trovano ma continuano a immaginare.
Perché in un mondo pieno di certezze ferree, convinzioni ed etichette, mi piace raccontare chi invece ha dubbi e vuoti, i dimezzati, come il visconte di Calvino, quelli che si sono persi ma non smettono di desiderare una direzione. Volevo scrivere una storia e alla fine ne sono venute fuori una decina incastrate tra di loro, perché la ricerca e il “viaggio” dentro di sé e in mezzo agli altri hanno tante forme e motivazioni, e le vie per il riscatto, la consapevolezza o la rinascita sono infinite.
Mi affascina questo da sempre: le vite piene di puntini di sospensione, di tentativi di andare a capo, di parentesi rimaste aperte, di punti e virgola e interrogativi.
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#artedelfallimento
A volte non basta volere una cosa a tutti i costi, desiderare impegnarsi lottare. A volte bisogna avere la forza di lasciare quello che non possiamo ottenere, arrendersi e dire basta.
Il tempo guarisce ogni ferita? In realtà non è vero. Il tempo non basta. Dipende soprattutto da noi: quanto riusciamo a combattere contro quella parte di noi che vuole rimanere legata al passato, quanto pesa il coraggio di bruciare fino in fondo, di scavare dentro di noi senza sconti. Bisogna abitare i nostri guasti, attraversarli, viverli fino in fondo, solo così si possono oltrepassare.
Senza mai dimenticare, però. Non voglio dimenticare le sconfitte perché significherebbe rinunciare a una parte di me, a quella che ha creduto e lottato e poi non ce l’ha fatta. Perché è in quel non riuscire la base della nostra consapevolezza, la resa che ci fa crescere e che ci dà una visione più nitida di noi. Ci plasmiamo più nelle amarezze che nelle gioie. E poi si riparte da lì, forgiati come una spada nuova di zecca.
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#comefalene
In certe sere di inizio estate mi piace sedermi in terrazza a fumare una sigaretta e a guardare il cielo che rimane chiaro fino a tardi, un crepuscolo lento che sembra allungare la giornata più che può, stirarla come un elastico, finché non rimane solo un puntino lucente dietro il Salviano.
Stasera mi viene da pensare che dovremmo fare tutti così, concentrarci sulla parte luminosa, che la vita alla fine non è farsi sempre domande su cosa è andato storto e cosa avrebbe potuto essere diverso, sulle scelte sbagliate e le occasioni perdute, ma concentrarci sulle cose rimaste intatte che danno un senso a tutto il resto. Accendere una luce, stirarla e darle spazio, dedicarsi solo a quella dando le spalle al buio…
Diventare tante piccole, infaticabili falene.
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#neuroniansiosi
Quando mi fanno domande in un’intervista o durante la presentazione del libro o in un evento, mi piacerebbe entrare nella mia testa, sedermi in poltrona e osservare i miei neuroni in preda all’ansia
mi pare quasi di sentirli, frenetici e combattivi, una vera bagarre…
Immagino la scena:
– Vai, sta iniziando
– Pronti? Mettetevi al vostro posto!
– Che ha detto?
– L’ispirazione
– Ah questa è facile
– Ma sta facendo una faccia strana
– Chi?
– L’intervistatore
– Non gli piace la risposta?
– E che ne so, ma l’ispirazione è soggettiva, non c’è una risposta giusta
– Fate silenzio, altrimenti non sentiamo la prossima domanda
– Ha detto discrezione?
– No, disertore
– E che c’entra il disertore?
– Quel tuo personaggio non è scappato?
– Mica da una guerra!
– Cretini, ha detto discrezione
– In che senso?
– Del narratore
– Be’ tu la discrezione non ce l’hai, li torturi platealmente i tuoi personaggi
– Che c’entra, è la vita ad essere complicata
– Aspe’ sentiamo che dice
– Ne ha fatta un’altra
– Non l’ho sentita
– Di che parla il libro?
– “Non possiamo conoscere la vita degli altri, dietro motivazioni intenti e scelte c’è sempre un lato nascosto…”
– Ma questa l’hai già detta alla presentazione scorsa
– Eh ho capito, ma il libro è uno, il tema è quello
– Ma dovresti dirlo in modo diverso
– Adesso ho perso il filo del discorso
– Infilaci un paio di congiunzioni così abbiamo il tempo di riflettere
– Sì vabbè, ma una congiunzione dura un secondo
– Zitti sta parlando
– Non ho capito
– Commenta l’ispirazione
– E adesso?
– È passato ai libri preferiti
– Mettici i russi
– Macché, parla di quel libro bellissimo che hai letto la scorsa settimana
– Ma non ricordo il titolo
– Di’ solo il nome dell’autore
– Puoi sempre dire che leggi tutto
– Ma è generico, mai essere generici
– Parla di quelli che hai sul comodino
– Ma se stanno là, non li ho letti!
– Vedi, alla fine hai detto i russi
– Perché mi piacciono
– Ma Franzen l’hai scordato
– Non mi piace più
– Ballard e McMurtry?
– Li ho dimenticati…
– Dimentichi sempre le cose importanti
– Zitti che sta chiedendo che prospetti hai
– Progetti, scemo
– Ti sta guardando male
– Perché sei distratta
– State facendo un casino!
– Mi sa che ha finito
– Comunque, potevi sviluppare meglio il tema del pensiero categorico
– E dire di più sulla storia dei quadri
– I quadri di chi?
– Gli episodi a intreccio
– Potevi citare un personaggio, coso, come si chiama
– Non hai neanche parlato del contrasto tra realtà e apparenza!
– E quello sulla verità soggettiva
– Insomma, basta! Questa intervista è stata una merd@…
– eeehhh!
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#fiducia
La fiducia negli altri è resistente e fragile al tempo stesso, è come una tela di ragno, impieghi tanto tempo a realizzarla, la curi, la difendi, ti dà soddisfazione, ti fa sentire protetto, ma basta poco per indebolirla o sfilacciarla e, una volta che è accaduto, non riesci a sistemarla, a ricomporla uguale a prima. Resterà sempre in balia del primo colpo di vento. E a quel punto resta solo una scelta: rinunciare al rapporto o accettare di aver sempre davanti agli occhi quella lesione. In entrambi i casi, una sconfitta…
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#pregiudizi
Ieri sera ero all’università di Teramo per la Notte dei Ricercatori in cui ci sarebbe stata la presentazione della trilogia “Qui in Abruzzo” e della mostra fotografica, ma ero in anticipo così mi sono seduta ad aspettare su una panchina del piazzale; accanto a me una signora, altre persone sparpagliate lì intorno. Due ragazzine stavano chiedendo a tutti se avessero da cambiare 5 euro per prendere l’acqua al distributore, quasi nessuno dava loro retta, la mia vicina ha commentato “sì, l’acqua… è una scusa per farsi dare qualche spiccio per fare chissà cosa”. Quando si sono avvicinate a me, ho provato a vedere se avevo monete, ma non arrivavo a 5 euro così ne ho regalata una da 2 euro… se aveste visto il loro sorriso, mi hanno ringraziata mille volte. La signora seduta accanto mi ha guardata con scetticismo misto a biasimo, come se fossi una che crede alle fate e agli unicorni.
E invece dopo poco le due ragazze sono tornate, ognuna con in mano una bottiglietta d’acqua, e mi hanno portato il resto. Il resto! So che è una stupidaggine, ma l’atto di tornare per restituirmi i soldi in eccesso mi ha colpito, l’ho trovato un gesto così raffinato, educato, nobile.
Ho sorriso e ho detto che non importava, ma loro ci tenevano perché lo avessi. La mia vicina a quel punto si è alzata ed è andata via. Io ero contenta, mi piace quando la via più facile e battuta del cinismo e del pregiudizio viene invasa da fate e unicorni ![]()
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In tutti gli aspetti della vita, è forte non chi vince ma chi non ha paura di perdere…
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#prigionisenzasbarre
Ma voi che per andare avanti calpestate chiunque, che sgomitate per ogni cosa, competitivi ossessivi, invidiosi, incattiviti con il prossimo, perché non trovate il vostro scopo, una vostra stabilità, non cercate il senso dentro voi stessi, non scoprite il valore in quello che fate con le vostre forze? Non sono gli altri a togliervi aria e spazio, siete voi che, a via di odiare, vi rinchiudete in una asfittica prigione di fiele…
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#interessemaligno
Le persone che fanno parte del mio passato, dai compagni agli amici ai colleghi, le ricordo tutte, a prescindere da come o perché è finito il rapporto. L’unica cosa buona del tempo che passa è questa, stempera spigoli e amarezze, ridimensiona le delusioni e le colpe di ciascuno… e poi per carattere cerco di stare bene, non mi crogiolo nel dissapore e il rancore non mi appartiene. Ad alcune penso ancora, la distanza da altre è stato un bene, ma sono tutte nel mio cuore, hanno fatto parte della mia vita e restano care nel ricordo. Non amo parlarne con conoscenti o estranei, detesto il pettegolezzo, biasimo chi alla fine di una storia o di un’amicizia getta fango perché quel fango in fondo sporca anche se stessi e poi la dignità è anche questo, rispettare la memoria degli affetti, soprattutto quando non ci sono più.
Eppure mi capita di incontrare persone che amano fare domande, spettegolare, raccontare vecchie situazioni spiacevoli, sapere dettagli, esaltare la vita di chi ormai non fa più parte della mia. E quando rispondo che mi fa piacere sapere che stanno bene, che un ex compagno ha una famiglia, un’amica ha successo, un collega è affermato, si mostrano diffidenti, non mi credono mentre per me è così vero che lo ripeto come fosse una cosa superflua. Mi fa piacere, è proprio così. Loro mi fissano e forse sperano in risposte diverse, profuse di malinconia, invidia, acrimonia, mi scrutano cercando la ferita, una fessura in cui seminare il malessere. Stamattina ho incontrato una persona così, ogni volta che mi vede si ferma a salutarmi e inizia le sue chiacchiere e ogni volta pare affilare i suoi coltelli convinta di riuscire a ferirmi, prima o poi.
Quando l’ho salutata, mi sono chiesta chissà com’è pesante la vita di una persona che ama sguazzare nel fango, spiare la vita degli altri, vivere tra ciance e maldicenze… ma soprattutto ho pensato che mi pongo la stessa domanda da sempre: cosa spinge la gente a voler vedere gli altri soffrire o fallire?
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#troppotardi
Mi piacerebbe scrivere una storia sulle cose che ottieni quando ormai non le vuoi più. Perché c’è un tempo anche per i desideri, hanno scadenza, come tutto del resto, e arriva sempre il momento in cui è troppo tardi. Non erano poi così importanti? O lo erano talmente che la mente ha lavorato tanto per soffocarli e rinnegarli? In ogni caso, quando arrivano fuori tempo massimo senti solo tristezza, mica soddisfazione. Perché il tempo che passa non risparmia niente e nessuno.
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#letteraturacomecura
A un concorso letterario patrocinato dalla regione Abruzzo e dalla provincia di L’Aquila in cui sono tra i giurati, sono arrivati oltre 200 romanzi da valutare in questi mesi. Sto scoprendo un sottobosco impensabile fatto di piccoli editori che lavorano con estrema cura e grande professionalità – alla copertina, alla grafica, alla scelta della carta – pubblicando libri di autori più o meno giovani e sconosciuti eppure bravissimi, e ogni volta che ne scopro uno che mi lascia senza fiato vorrei conoscerlo anche solo per farmi una chiacchierata. Il talento e l’intelligenza mi emozionano da sempre. C’è chi mi chiede a volte “ma chi te lo fa fare a investire tempo ed energia a celebrare altri autori?” eppure lo trovo gratificante, accogliere la bravura degli altri, dare spazio a chi ha qualcosa da dire, gustare il modo in cui mette insieme parole e storie, trovare sempre qualcosa di nuovo da imparare, portare alla luce, di cui stupirsi.
Credo che in giro ci sia fin troppa autocelebrazione, una costante sovraesposizione, un concentrarsi su se stessi nell’ossessione della fama, e che sia pieno di scrittori in competizione con tutti gli altri a cui non mettere mai un like, come se fosse una questione di dignità, di necessaria distinzione. Invece sono convinta che è nel confronto, nel non sentirsi mai arrivati e soddisfatti il segreto di una crescita costante, la possibilità infinita di migliorarsi.
E poi la letteratura ha bisogno di generosità, di cura, di ascolto, di apertura. Di capacità di godere, per dirla con Thomas Mann ![]()
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#puntiinterrogativi
Ma come fate ad avere sempre un’idea precisa, un’opinione, un giudizio su ogni argomento o tema del giorno, a stare sempre sul pezzo, a sapere cosa scrivere e qual è la verità, dritti e perentori come un punto esclamativo.
A me quello che succede nella vita reale a volte schiaccia talmente che l’unica cosa che mi viene di fare è fermarmi e stare in silenzio, la vita “a volte è così spigolosa, tutta scapole e gomiti”, chissà dove l’ho letto, è respingente, mi sconcerta, mi lascia fuori la porta e lì spariscono le parole e la voglia di dire la mia… che poi non ce l’ho neanche una mia idea netta, cristallina, indiscutibile su tutto anzi, sono più i dubbi e i punti interrogativi che le certezze.
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#disperdersi
Quando smettiamo di sentirci giovani? Succede lentamente oppure d’improvviso… quando i tuoi famigliari affrontano i primi problemi di salute, quando non hai più voglia di fare cose che ti affaticano senza darti la soddisfazione di un tempo, quando ti allontani da rapporti poco autentici o troppo complicati e senti di non avere più energia né costanza per aspettare, lottare, accettare compromessi, fare rivoluzioni, discutere. Quando lasci andare tante cose lievi e insignificanti e proteggi quelle poche ma essenziali, piano piano ti asciughi, ti compatti… forse è proprio allora che succede, quando smetti di disperderti ![]()
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#gentilezza
A me piace essere gentile, è un aspetto del mio carattere che preservo con cura. Anche se ho capito che con certe persone, e certe donne soprattutto, non funziona… anzi, più sei gentile e più si infastidiscono.
Ma questo non mi scoraggia, la gentilezza è una forma di eroismo!
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#dirittodautore
Oggi 23 aprile è la giornata mondiale del libro e del diritto d’autore… l’autore, già. All’ultimo posto della filiera editoriale quando si tratta di dividere i guadagni del libro che ha scritto. Di solito a un autore spetta il 10% del prezzo di copertina, ma a volte molto meno; spesso gli editori neanche pagano i diritti e i soldi non arrivano mai. Eppure è l’autore che crea, scrive, inventa, lui l’origine di ogni cosa. Si potrebbe fare a meno di tutti, anche dell’editore ormai, ma ci deve essere qualcuno che scrive un romanzo o un racconto o una poesia. Nel mondo letterario, solo l’autore e il lettore sono imprescindibili.
La prima volta che ho letto il famoso romanzo in 6 parole che la leggenda attribuisce a Hemingway “vendesi: scarpine da neonato, mai usate” mi sono emozionata e posso rileggerlo mille volte, mi tocca sempre. Una manciata di lettere, un viaggio, un mondo intero, una storia infinita da immaginare. E allora penso che se 6 parole diventano letteratura, al diavolo tutto il resto, conti vendite mercato… Oggi si festeggia la magia delle parole.
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Se qualcuno vi vuole totalmente diversi da come siete… deludetelo.
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#attidiseparazione
Mi piacerebbe scrivere una storia sulle cose che finiscono… perché sono davvero poche quelle che durano per sempre, la maggior parte inizia, ha un suo ciclo di vita più o meno lungo e poi termina. Viviamo continui lutti, piccoli o grandi che siano, e ognuno trova il suo modo di elaborarli. In fondo la vita è una catena di atti di separazione.
La soluzione non è evitare di viverle ma farne un bagaglio, come se fossero tanti piccoli viaggi: anche se alla fine si torna a casa, restano sempre dentro di noi, tasselli che formano e completano la nostra identità, proprio come un puzzle… si costruisce anche con i distacchi, i graffi e le perdite.
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#librierealtà
L’aspetto che mi ha sempre affascinato delle storie è la loro coerenza, una sorta di cerchio perfetto in cui ogni elemento deve avere un senso ed è funzionale agli altri: la direzione è tracciata anche se non chiara da subito, le motivazioni hanno valore, l’ambientazione è congrua, i dialoghi portano avanti la vicenda e fanno conoscere i personaggi, l’antagonista non è casuale, le coincidenze hanno in sé uno scopo, il finale non è mai gratuito ma sempre una conseguenza logica dell’intreccio. Quando da ragazzina un insegnante di scrittura creativa me lo spiegò, mi parve una cosa meravigliosa, questa compattezza, il significato di ogni dettaglio, anche minimo. Perché nella vita reale a volte è tutto così casuale, banale o ingiustificato, strade senza uscita, coincidenze che si rivelano inutili, passaggi inconcludenti, pause, vuoti, incontri superflui, direzioni che si perdono nel nulla. Ogni tanto mi viene in mente Sisifo che si sbatteva su e giù per una montagna spingendo un masso che ogni volta rotolava in basso e lui ricominciava da capo, condannato a reiterare la fatica e a non concludere niente. E allora forse la bellezza della letteratura è proprio questa, regalare storie che diano un senso a un brancolare spesso vano, a questo eterno salire e scendere una montagna…
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#egocentrismo
La lista delle cose che mi stancano si fa ogni anno più lunga, forse perché con l’età la sensibilità aumenta e la tolleranza diminuisce 🙂 in cima all’elenco, tipo girone dantesco, gli ingrati, i bugiardi e gli opportunisti; un posto speciale però è riservato agli egocentrici: parlano solo di se stessi, usano gli altri come specchi, chiedono, raccontano, esigono, tutto a senso unico, nessuna reciprocità, neanche un “come stai” per fingere interesse. Il mondo è una palude in cui le relazioni umane sprofondano per vanità ed egocentrismo, dice Sándor Márai. Già. Prima l’erba del vicino era sempre più verde, adesso sono tutti impegnati a coltivare solo il proprio orticello, a guardare lo spicchio di terra sotto i piedi. Il vicino può avere un campo rigoglioso o una distesa di sterpaglie che brucia, non importa, neanche lo notano. Anzi, vogliono che il vicino si concentri sul loro giardino, che lo ammiri e lo celebri… perché è il più bello di tutti, altroché. Anche se a me, più che a un giardino, fa pensare a un’isola. Deserta.
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#pensierolibero
Negli ultimi tempi sono sicura di ben poche cose, per il resto tanti dubbi e senso di precarietà… e invece noto ovunque certezze incrollabili e convinzioni ferree, ormai ogni argomento o problematica pare ridursi a uno scontro di sole due posizioni contrapposte… e noi dobbiamo dire sì o no, siamo a favore o contro, niente vie di mezzo. Ogni giorno un tema e poi la domanda: sei d’accordo oppure no? Approvi o rifiuti? La strada è unica, il passaggio obbligato, non puoi fermarti, farti prendere dai dubbi, guardare da un’altra parte, dire “forse”… macché. O sì o no. Devi scegliere. E poi ricevere l’odio di chi è della convinzione opposta ed essere pronto a ricambiarlo. Ormai viene tutto tagliato con l’accetta, solo spigoli appuntiti, uniformi e paraocchi.
Forse questo abbiamo perso. La connessione con il pensiero libero, la capacità critica, l’indipendenza del ragionamento, il valore delle sfumature. Il tempo e la volontà di poter dire “io mica lo so se è vero quello che dite, fatemi riflettere un po’…”
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#lusinghe
Mi è sempre piaciuto il personaggio di Cordelia, una delle figlie di re Lear, l’unica che lo ama davvero ma che proprio in nome di quell’amore autentico non vuole svendersi e abbassarsi ad adularlo, mentre le sorelle lo lusingano e ottengono regno e ricchezze.
Nel lavoro come nella vita privata la sottomissione e l’inchino non mi appartengono, il sussiego ancor meno, la mia deferenza è sempre senza scopo, dipende solo dalla stima, dall’ammirazione. Meglio perdere che ottenere mendicando o gareggiando in modo disonesto? Ho sempre pensato di sì, a maggior ragione se ci tieni veramente a quello che vuoi e pensi che abbia un valore. Barattarlo significa che ti interessano solo il regno e le ricchezze. Cioè niente.
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#andareavanti
C’è sempre qualcosa che si ha paura di perdere. Un lavoro un’occasione un amore una casa un’amicizia una passione un progetto… ci tieni così tanto che vivi nel timore che scompaia. E poi un giorno succede. Tu resti lì, immobile, ti aspetti la catastrofe, il tormento, chiudi gli occhi con il corpo in tensione in attesa del gran botto, come quando sta per cadere un vaso di cristallo e attendi lo schianto, i mille pezzi sparsi a terra. Ma poi il vaso non cade oppure il botto fa meno rumore di quanto ti aspettassi o il vaso caduto non si frantuma. E allora capisci che in fondo non è così terribile come temevi. Che puoi farcela ugualmente, anche senza. Ti accorgi che era più forte la paura del ‘prima’ che il dolore del ‘dopo’. È una cosa straordinaria. Tutta umana. Questa capacità di reagire e andare avanti, nonostante tutto.
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Le battaglie che decidi di non combattere valgono tanto quanto quelle che affronti…
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#grazieperlascolto
“È un mondo malato” mi dice il vecchietto con la cravatta a righe in fila alla posta guardando due che litigano per chi ha la precedenza nella coda, lui con le bollette da pagare e io con due pacchi da spedire, “intolleranza, troppo odio, tutti si azzuffano per niente…”
Piove, fa freddo, lui ha gli occhiali da vista appannati, parla e scuote più volte la testa. Me lo sento addosso il suo scoramento. Usa, tra le altre, le parole prevaricare e affannarsi. Lo ascolto, gli sorrido attraverso la mascherina, a tratti mi distraggo. Non so perché ma penso a tutte le volte che mi è venuta in mente l’idea di una casa di legno di fronte a un fiume, svegliarsi al mattino con il rumore dell’acqua, guardare la nebbia che si dirada per lasciare il posto al sole, e solo il silenzio, gli alberi, i libri, la musica, i film e le passeggiate al tramonto. Un paradiso ideale insomma, senza scoramenti e lotte. Lui intanto mi parla degli anni con la moglie in Germania, quando non avevano proprio niente ma erano felici… mi piace ascoltarlo, lo lascio parlare, gli faccio solo un paio di domande. Quando arriva il suo turno, prima di andare si volta, mi guarda e si mette la mano sul cuore. Più che un saluto per il distanziamento, credo sia il simbolo di un’intesa, un grazie per l’ascolto. Ho sempre adorato le persone anziane, anche la loro malinconia. Perché come diceva Pratchett “dietro ogni anziano c’è un giovane che si chiede che cosa gli è successo”
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#disfattismo
Ci sono persone che, se racconti loro un’esperienza felice che hai vissuto, commentano “sì, però…”, quando parli di una soddisfazione a lavoro “bella, però…”, quando accenni a un nuovo progetto a cui intendi lavorare “interessante, però…”
Un però a portata di mano per ogni occasione, come un cappello grigio sempre calcato sulla testa direbbe Woody Allen. E se è vero che ciò che viene prima di una congiunzione avversativa non conta, la loro verità è tutta concentrata nella frase dopo il però: negativa, sconfortante, avvilente. Un disfattismo contagioso che ha un unico scopo: spegnere il buonumore, intaccare la felicità. Perché in fondo una delle cause del pessimismo… è l’ottimismo degli altri 🙂
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#tracce
Alcuni pensano di conoscerti alla perfezione solo perché ti hanno frequentato quando eri un ragazzino, quando andavi a scuola, quando ti incontravano in piazza, nei tuoi anni insicuri esposti immaturi. È passata una vita da allora, che sembrano due o tre insieme, tu nel frattempo hai fatto esperienze, ti sei messo in discussione, hai vinto, hai lottato, hai perso, ti sei ‘rimpastato’ spesso. Ma per loro resterai quello che hanno conosciuto in quegli anni lì e parlano e si comportano con te nello stesso modo. Tu li guardi e pensi… magari la vita potesse passare senza lasciare tracce, beati loro per cui tutto è ordinato e immutabile e certo. Per alcuni è rassicurante pensare alla propria vita come una linea dritta e luminosa, dove ogni cosa è sempre stata al suo posto, mentre per te è confortante il contrario: non linee rette ma curve e buche e saliscendi, che quello che sei stato non lo sarai mai più e che l’unica cosa che ti consola è proprio l’opportunità di poter evolvere sempre.
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#comeunamadeleine
Ogni 1° gennaio mi torna sempre in mente quando eravamo ragazzini e, all’ora di pranzo di ogni capodanno, io e i miei fratelli venivamo svegliati dal rito del concerto di capodanno dell’orchestra di Vienna che i miei ascoltavano in televisione a volume insostenibile per noi che eravamo rientrati all’alba. Ogni 1° gennaio di ogni anno alle 13 in punto la casa si riempiva di valzer e Strauss e il Danubio blu e la marcia di Radetzky e i ballerini e la polka e gli applausi del pubblico… quello era il segnale che era ora di alzarsi e che a tavola era stato servito il famoso brodo con i tortellini di mamma, e poco male se io e i miei fratelli, assonnati e strapazzati dalla nottata, avevamo fatto colazione con gli amici semmai 3 ore prima o avevamo bevuto fino alla mattina, quello era il segnale e tutti ci ritrovavamo intorno alla tavola tipo sopravvissuti a raccontare della serata, a sbadigliare, immersi nella musica sinfonica, a guardare di traverso i volteggi dei ballerini. Era una tale violenza non poter dormire fino a sera 🙂
Mi torna in mente ogni anno come se fosse ieri e, a distanza di tanto tempo, quando mi sveglio il 1° gennaio mi pare quasi di sentire ancora quella musica e di vedere le facce stravolte dei fratelli e quelle bonarie dei miei…
Particolari a cui non fai caso quando li vivi, ti scivolano addosso, sembrano perdersi nella memoria e pensi che non lasceranno tracce e invece ogni anno, al momento giusto, come una piccola madeleine proustiana, tornano indietro, ti vengono incontro e ti invadono e allora pensi che daresti chissà cosa per essere ancora intorno a quella tavola rotonda a guardare i tuoi fratelli e a ridere sotto i baffi e a mangiare tortellini in pigiama con ancora il sapore del cornetto o dello spumante della notte che, dentro la tua testa, ancora non finisce. E continui a pensare che in quella scena ripetuta ogni anno c’era un senso della spensieratezza e del calore e della condivisione che puoi cogliere intatto solo adesso, a distanza di tanti anni ❤
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#desiderare
Ricordami di lottare per le cose in cui credo, di difendere quello che voglio, di espormi, di desiderare, di tentare, di alzare la voce se serve, di resistere all’inerzia, al fatalismo, alla pigrizia. Ci hanno educato a pane e discrezione, giudizio degli altri e misura, solo pazienza e sorrisi… ma se non basta? Non basta rimanere seduti in un angolo ad aspettare, come se fosse tutto uno spettacolo teatrale, stare lì a guardare e a chiedersi cosa faranno i personaggi, come andrà a finire la storia, ricordami di guidare io la mia storia verso la direzione che scelgo, così che un giorno, se anche dovessi perdere tutto quello per cui ho lottato, io possa dire che ho osato e mi sono data una possibilità.
Perché solo l’impavido è libero ❤
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#doppiavita
Un po’ le ammiro le persone che riescono a portare avanti una doppia vita… perché hanno una capacità organizzativa straordinaria! Mica è facile ricordare tutte le menzogne, gestire tradimenti, sviare sospetti, convincere, ribaltare evidenze, controllare tempi situazioni e persone. Io che faccio fatica a gestirne una di vita, la mia, mi stupisco di come loro riescano a portarne avanti due addirittura… loro sì, sarebbero scrittori eccellenti: hanno fantasia, senso del ritmo, scelgono più di un protagonista, con tempi incastrati tipo tessere di puzzle, ostacoli da affrontare, cura maniacale delle singole scene ma al tempo stesso un’architettura d’insieme. Ce ne sono tante di persone così.
Perché oggi, in cui tutto è apparenza, ritoccato manipolato e utile, la vera originalità è la trasparenza. Essere autentici è un atto rivoluzionario.
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#vitaenarrativa
Nella vita si dovrebbero rispettare le stesse ‘regole’ che valgono in narrativa! Se vuoi dare emozioni forti non essere patetico retorico o con un atteggiamento vittimistico ma semplice e autentico, se vuoi essere apprezzato per i tuoi successi fai in modo che siano gli altri a scoprirli e a riconoscerteli senza monologhi autocelebrativi, se vuoi insegnare qualcosa non fare prediche da un piedistallo, se hai un obiettivo o un sogno affronta pure ostacoli e dubbi senza aspettartelo su un vassoio d’argento, fai di te descrizioni brevi e necessarie, liberati dei pregiudizi, sii diretto, imperfetto e… ascolta gli altri, soprattutto.
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#nograzie
Insegnami l’indifferenza perché non ne sono capace, la serenità senza grandi speranze, le comode vie di mezzo, a non dire mai sì o no ma solo forse, a volere ma senza troppo desiderio, a desiderare ma senza perdere la testa, insegnami la passione blanda, senza estremi, a non sbilanciarmi mai, a sognare ma non troppo, insegnami un coraggio che non porta al rischio, le zone grigie, le parti in ombra, a spostarmi ma con calma, senza la velocità che fa sollevare i capelli e venire i brividi sulla pelle, insegnami a scansare la vertigine, la passione potente, fammi vivere così, né su né giù, con parsimonia, insegnami a non sorprendermi, a rimanere imperturbabile, a tenere tutto sotto controllo, a non agire mai d’istinto. Insegnamelo. Così che io possa dirti: no, grazie.
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#l’artediperdere
Bisognerebbe tenersi strette le cose che sono andate male, le delusioni, le sconfitte, le aspettative frustrate. Non rinnegarle ma lasciarle sedimentare dentro di noi, rifletterci su, farci amicizia dopo aver sofferto. A volte non ottenere quello che si vuole è un bene, si acquista la capacità di rinunciare, l’arte di perdere, e insegna anche a fortificarsi e desiderare con più forza, dopo. A sapere meglio quello che si brama e ciò che si disprezza. Chi non ha mai dovuto lottare per ottenere qualcosa, per uno scopo, una passione, né mai ha perso, resta una superficie morbida che si ammacca alla prima difficoltà. Bisognerebbe rispettare, perfino amare le perdite e le delusioni che non abbiamo potuto evitare. Diventiamo qualcosa di definito, di solido e resistente solo grazie a loro.