Letteratura & Cinema
“LA DONNA DI ALTAIR” di Leigh Brackett, 2025 (Galaad edizioni)
Una sorprendente novella apparsa per la prima volta nel 1951 su una rivista americana di fantascienza e solo adesso tradotta da Katia Zoffoli per Galaad edizioni, ma così attuale che sembra scritta oggi, metafora perfetta del mondo in cui viviamo: “La donna di Altair” di Leigh Brackett, autrice di vari romanzi e di numerosi testi per la radio, la televisione e il cinema, come la sceneggiatura de “L’impero colpisce ancora” per il ciclo Guerre stellari. In questa storia ci porta sempre verso mondi lontani, nello spazio, ma anche dentro i mondi più complessi della psiche e dei rapporti umani: Rafe McQuarrie è il primogenito di una dinastia pioniera nei viaggi spaziali, ma in seguito a un incidente è costretto a rimanere sulla Terra mentre il fratello minore David continua a esplorare le stelle. Al ritorno da una missione su Altair, David riporta con sé Ahrian e la presenta come sua moglie, una misteriosa e malinconica aliena con i capelli e gli occhi color ametista, che suona melodie stranianti e canta canzoni senza parole. Ma da quel momento nulla sarà come prima.
La Brackett ribalta ogni aspetto non solo su tematiche come la violenza domestica, il colonialismo, la corsa alla conquista dello spazio, l’identità di genere, i rapporti di famiglia, ma anche sugli stessi protagonisti: David è un coraggioso esploratore o un dominatore senza scrupoli? Rafe è il primogenito sfortunato o l’uomo libero che ha scelto di affrancarsi dalle aspettative famigliari? Ahrian è l’affascinante straniera o l’estranea disturbante? È lei soprattutto il fulcro di questa magnifica storia: all’inizio ci viene presentata come il tesoro conquistato da David, piccola e fragile come una bambina, esotica e affascinante. Poi inizia ad emergere la sua stranezza nello sguardo, nei gesti, provoca disagio perché in fondo contesta la normalità, simboleggia la ribellione. Infine è il corpo di una vittima da ferire, escludere, spezzare. Siamo nel 1951 e la scrittrice porta avanti idee innovative: definisce l’altro non come simbolo di malvagità, riconosce a un’aliena un’appartenenza di genere e infine mette in discussione il luogo comune dell’invasione extraterrestre: non sono gli alieni a invaderci ma i terrestri a colonizzare e distruggere, smascherando il capitalismo spaziale, l’imperialismo, l’ossessione di conquista e offrendo una “potente versione deviante ed eretica” della femminilità.
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“SPETTRI DIAVOLI CRISTI NOI” di Riccardo Ielmini, 2025 (Neo edizioni)
Non mi stupisce che abbia vinto su centinaia di inediti del concorso di narrativa della casa editrice abruzzese e non mi stupisce che gli stessi editori della Neo, come hanno scritto in un post, dopo averlo letto abbiano esclamato “è lui!” come un’illuminazione anzi, una folgorazione. Perché riesce ad essere tante cose insieme, in perfetta armonia, è un viaggio tra realtà e simbolismo che cambia di continuo, anche punti di vista; per la scrittura magnetica, una lingua che a volte si chiude, si fa scarna, cruda, e altre volte si apre e respira, diventa lirica, commovente; per i tanti personaggi, alcuni appaiono e scompaiono come fantasmi ma restano nel cuore, con al centro la confraternita, cinque ragazzini che in sella alle loro biciclette girano nel paese chiamato la Contea, un luogo preciso eppure simbolico, fuori dal tempo e dallo spazio, fatto di boschi, antiche chiese, messe nere, frequentato da tossici votati alla malora, albanesi, contrabbandieri, vecchie che mettono in guardia sul diavolo, satana, l’anticristo… e poi l’Altissimo, spettri, streghe… Insomma, da un lato è un romanzo che pare un incantesimo, dall’altro però riesce ad essere una riflessione sul male, la fragilità, il sacro, i rimpianti, sulla gioventù come stagione irripetibile della vita fatta di desideri e velleità che poi infiacchiscono con l’età adulta. Un romanzo straordinario, originale, commovente, che resta dentro per giorni anche dopo aver chiuso l’ultima pagina: “è come un sogno che si dilegua al mattino ma lascia una traccia nell’aria, una bava di lumaca che resta e brilla come un diamante nella prima luce del giorno”.
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“L’EREDE” film di Xavier Legrand (2023)
Una folgorazione. Questo piccolo film sconosciuto, visto per caso in una sera pigra e piovosa, è tratto dal romanzo del francese Alexandre Postel, tradotto in Italia dalla minimum fax. Il titolo “L’erede” è secco, diretto, una parola sola compatta come una pietra e in effetti quella che all’inizio pensi sia la solita storia di un figlio andato via di casa che torna per il funerale del padre e deve fare i conti col passato, diventa dura e violenta proprio come un masso. Non sappiamo perché al tempo è fuggito di casa, perché non si vedevano e parlavano da anni, perché non prova dolore e non vede l’ora di tornare nel suo mondo, l’unica cosa che dice è “ho fatto di tutto per non essere come lui”, ed è sempre stato questo il suo terrore: assomigliargli, perpetuare la colpa, ereditare il carattere paterno, la sua essenza malefica. Ma appena entra nella casa d’infanzia e inizia a rovistare tra oggetti e stanze, veniamo inghiottiti in una voragine, la realtà non fa che confermare la sua ossessione, è una lenta discesa nell’orrore dove non c’è redenzione né salvezza.
È questa la “successione”, lui è l’erede, non come stilista a Parigi ma nel Canada del padre, a cui una catena invisibile l’ha tenuto legato e dove la sua morte riesce in un colpo solo ad azzerare la conquista di libertà, di indipendenza e successo, mettendo in moto un percorso di autodistruzione che non può essere fermato. Come in una tragedia greca quando si cerca di sfuggire al fato, pensando che la lontananza cancelli il vaticinio, e invece non si fa che confermarlo. Perché il destino è ineluttabile e aspetta sempre paziente l’eroe ![]()
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“ORBITAL” di Samantha Harvey, 2025, Booker Prize (NNE)
Non è facile parlare di questo libro – che ha appena vinto il Booker Prize – tanti sono i pensieri, le emozioni e gli spunti che mette in moto e che poi rimangono a galleggiare nella tua testa, come la navicella spaziale al centro della storia.
Da un lato c’è la bellezza concreta delle immagini, delle metafore, di una scrittura che brilla e seduce come la Via Lattea, “una scia fumante di polvere da sparo in un cielo di seta”; dall’altro c’è una sorta di bellezza ultraterrena, qualcosa di etereo, sublime, come il panorama che vedono i sei astronauti viaggiando nel cuore del cosmo, diversi per nazionalità, ruolo e carattere, eppure un unico corpo, una sorta di famiglia acquisita con una quotidianità scandita da sonno e veglia, esperimenti e visioni. Da un lato c’è la terra maestosa e lucente, senza confini né guerre, solo terra e acqua vista dallo spazio; e dall’altro una terra che porta i segni dell’avidità e del potere dell’uomo, che l’ha spezzettata e ha cambiato, plasmato e inquinato tutto, foreste, mari, coste, poli, ghiacciai, cieli.
Insomma, c’è tutto e il suo contrario, una storia senza una trama vera e propria eppure avvincente, che commuove e incanta, e alla fine quello che resta è l’idea che la vita vista da lassù, con le sue meraviglie e le fatiche e le lacune, non è che una piccola zuffa, un minidramma, un’esplosione d’estate che passa in fretta.
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“SHITT’S CREEK” serie tv canadese (in Italia dal 2021)
Ho iniziato a vederla per caso, una sera d’inverno a casa con l’influenza, e non ho più smesso! Spassosa, dissacrante, scorretta, un tesoro stupefacente di comicità e intelligenza creato dal canadese Dan Levy e dal padre Eugene Levy, che una volta trasmesso in Europa ha riscosso un successo travolgente, culminato nella vittoria degli Emmy in tutte e sette le categorie comiche per la sua ultima stagione. La storia ruota attorno ai Rose, una snob e ricchissima famiglia composta dal padre Johnny, la madre Moira e due figli, David e Alexis; a causa di una truffa finanziaria ordita dal commercialista, perdono tutto il loro smisurato patrimonio: l’unica proprietà che rimane è una piccola cittadina provinciale e proletaria, Schitt’s Creek appunto, che Johnny aveva comprato decenni prima solo per vincere una scommessa col figlio e di cui si era completamente dimenticato. Catapultati in un mondo spartano e all’inizio incomprensibile, senza agi né amici, in un motel scalcinato e con un misero mensile da disoccupato per il padre, i Rose inizialmente provano a rivendere la città per poi ambientarsi e rimanere, così da rifarsi una vita. Un vero gioiello narrativo fatto di personaggi esagerati, situazioni assurde, battute taglienti, continui giochi di parole e soprattutto una grande profondità, rara nelle commedie: tutti i personaggi, inizialmente arroganti, viziati e naif, compiono un’evoluzione significativa in termini di adattamento ed empatia. Un vero colpo di fulmine che brucia intenso come le puntate: scorrono via velocissime come uno schiocco di dita, tra stupore, sorprese e risate.
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“TRUST” di Hernan Diaz, 2022, Premio Pulitzer (Feltrinelli)
Il Pulitzer è uno dei pochi premi onesti e affidabili, lo hanno vinto autori come Faulkner, Roth, Eugenides, McCarthy, e a volte non viene neanche assegnato. Sono sempre romanzi corposi, profondi, come Trust di Hernan Diaz, un cinquantenne americano che aveva sfiorato il Pulitzer già con il romanzo d’esordio e con questo secondo lo vince. Un libro che fa pensare a quelle piante grasse dette succulente perché hanno la capacità di immagazzinare acqua, amministrarla e poi distribuirla con cura, che si ergono in tutta la loro fierezza indipendente, libere da mode, apparenza, furbizia di forme e accessori, un po’ spigolose, autosufficienti. L’autore ricostruisce pezzo per pezzo la verità come fosse un mosaico, ma esiste una sola verità? La stessa storia è raccontata attraverso vari punti di vista, e su tutto la manipolazione della realtà, il potere del denaro, la sopraffazione.
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“ANATOMIA DI UNA CADUTA” di Justine Triet (2023)
“La vita è un caos in cui tutti siamo persi” dice la regista Justine Triet, Palma d’oro a Cannes, e in fondo lo è anche la verità, caotica e inafferrabile, dipende da che lato la guardi o quale decidi di scegliere.
Una moglie un marito un figlio, questi i semplici personaggi, eppure la storia ti passa sopra come un carro armato, sorprende, inquieta, non riesci a scrollartela di dosso… una scrittrice famosa sfrutta la sua vita e, con leggerezza indifferente, le idee del marito per scrivere romanzi di successo, un marito che vorrebbe scrivere anche lui ma non trova tempo né spazio visto che, in un capovolgimento dei ruoli, bada alla casa e al loro figlio cieco per un incidente. All’inizio del film l’uomo viene trovato morto tra la neve: si è gettato dalla finestra o è stato ucciso? L’unico testimone è appunto il bambino.
Ma la domanda è un’altra: ci può essere una sola verità? Cosa possiamo conoscere degli altri? E anche chi ha il potere di decidere qual è la verità, quanto viene influenzato dai suoi interessi? Un film che non è un thriller, non è un dramma legale né una tragedia in senso stretto, eppure è tutte queste cose insieme, è un’indagine sui rapporti, i giudizi, le convinzioni, sul cadere soprattutto, perché la vita è questo: un cadere continuo, cadere risollevarsi e cadere di nuovo, in un ciclo infinito, e anche chi dal di fuori appare forte e incrollabile, può darsi che dentro sia a pezzi.
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“LONESOME DOVE” di Larry McMurtry, 1986, Premio Pulitzer (Einaudi)
È sempre stato facile parlare dei libri che mi appassionano, ma stavolta faccio fatica a mettere ordine nel vortice di emozione e stupore che mi ha risucchiato leggendo “Lonesome Dove” di Larry McMurtry grazie al consiglio di Enrico Macioci che una volta lo ha definito uno dei capolavori assoluti della letteratura mondiale. Ed è così. Credo di non aver mai letto niente di tanto stupefacente e di così perfetto, ogni pagina (e ne sono quasi mille!) mi toglie il fiato, soprattutto i due vecchi Texas Ranger, Call e Gus, che lasciano questo sparuto paesino che dà il nome al romanzo e partono alla volta del Montana insieme ad altri cowboy e a una mandria di bovini, un viaggio attraverso un paesaggio selvaggio e violento, maestoso e poetico, come i cuori dei personaggi che lo attraversano. È un romanzo western, eppure ogni definizione sembra riduttiva perché in realtà racconta la vita così com’è, nel senso più pieno, fatta di paura, dolore, polvere, violenza, amore, vendetta, crudeltà, sporcizia, rimpianto.
La mia ammirazione per McMurtry è smisurata, ha una tale maestria che a ogni scena ti chiedi: ma come fa? Come gli viene in mente? Sembra tutto così semplice e giusto, ma tu non ci avresti mai pensato e alla fine arrivi persino a domandarti perché la gente “normale” dovrebbe scrivere se esistono capolavori così inarrivabili. È anche vero che l’enorme talento di pochi non ha mai scoraggiato gli altri, che continueranno a scrivere storie perché tutti cercano di fare del proprio meglio in quello per cui si sentono portati, al di là dei risultati, ma davvero l’incontro con certi romanzi destabilizza… e al contempo ti dà una gioia sconfinata come le pianure dove pascolano i bisonti, e una tristezza cupa come alla morte di una ragazzina scalza o di un ragazzo che di notte cantava alla mandria.
Un romanzo che travolge, stordisce e ammalia come un colpo di fulmine, un libro che ne contiene altri dieci, un inno alla libertà, al coraggio e all’immaginazione di cui oggi abbiamo bisogno un po’ tutti ![]()
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“L’ULTIMA COSA BELLA SULLA FACCIA DELLA TERRA” di Michael Bible, 2023 (Adelphi)
Ha il respiro breve e intenso di una poesia, è un viaggio dolente dentro vite segnate dalla “Costante”, una sensazione a metà fra struggimento e terrore, raccontato con un linguaggio scarno eppure incendiario, frasi brevissime come piccoli fuochi che ti bruciano dentro. Siamo ad Harmony, nel sud degli Stati Uniti, e il giovane Iggy un giorno entra in chiesa con una tanica in mano per darsi fuoco ma la tanica si rovescia, il fiammifero cade a terra e nel rogo muoiono 25 fedeli. Anni dopo quel lutto impregna ancora tutti, punti di vista diversi di una stessa storia, un coro di voci tra cui spicca quella magnetica e struggente del colpevole che in prigione, in attesa della morte, vorrebbe solo fare in tempo a osservare dalla finestra il cadere dei fiori di corniolo come l’ultima cosa bella sulla faccia della terra…
Non leggevo un romanzo così commovente da non so quanto tempo, una riflessione sulla vita che tradisce tutti, sul senso di vuoto, sul tempo e la transitorietà, sulle persone che ami e che spariscono d’improvviso, sulle crepe e le fragilità, su certi luoghi pieni di ombre in cui i destini sono segnati fin dall’inizio e non c’è niente che si possa fare per cambiarli. Una scrittura così essenziale, e per questo potentissima, fa in modo che ogni lettore la “riempia” con il suo di dolore, e alla fine del libro c’è una tale compenetrazione che ti sembra di stare lì, ad Harmony, con il tuo carico di pena e di ricordi.
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“JUNG E” di Yeon Sang-ho (2023)
È difficile ormai che un film su un ipotetico futuro riesca a dire qualcosa di originale rispetto a quanto già raccontato in mille forme e linguaggi, eppure i coreani ci sono riusciti realizzando un piccolo gioiello di fantascienza, che poi fantascienza non è perché è una storia che parla di noi, del nostro presente, di come siamo e come potremmo essere domani. Il film immagina un mondo in cui le persone che stanno per morire vengono clonate: mentre i ricchi ottengono per i loro cloni il rispetto della privacy e della dignità, chi non ha possibilità economiche viene utilizzato e sfruttato a piacimento, condannato di fatto a ogni utilizzo o esperimento… come il clone della soldatessa Jung-e, considerata imbattibile, che viene torturata, fatta a pezzi e uccisa di continuo per trovare anche la più piccola falla al sistema e produrre un esercito di sue copie che sia assolutamente perfetto. Una storia che ci inghiotte man mano che va avanti, emozionante e sorprendente, piena di riflessioni sulla vita, sui diritti nell’era digitale, sulla paura della morte, e che alla fine non è altro che la commovente celebrazione del potere dell’umanità, dei ricordi, dei legami e delle emozioni soprattutto, il solo dono che ci rende unici e memorabili.
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“INVENTARIO DI QUEL CHE RESTA DOPO CHE LA FORESTA BRUCIA” di Michele Ruol, 2024 (TerraRossa)
TerraRossa è una delle case editrici indipendenti che ammiro di più, ho anche intervistato Giovanni Turi, letto moltissimi libri tra quelli pubblicati. Quando è arrivato questo romanzo di Michele Ruol l’ho letto in un giorno, e non lo dico come vanto ma per dare il senso di una storia in cui ogni parola, ogni descrizione, ogni oggetto del suo inventario del dolore si fa strada dentro di te e invade tutto, come una piena in una casa al piano terra: striscia lungo il pavimento, occupa le stanze, sale sui muri. Un dolore asciutto, centellinato, senza fronzoli, e per questo struggente. Nella vita ci sono momenti traumatici, incomprensibili, inaccettabili, e gli oggetti si fanno memoria di una quotidianità che non esiste più. Dopo, come riuscire ad affrontarla? Come riempire la crepa sottile e abissale che segna il perimetro della tua vita? Come sopravvivere?
Un libro prezioso come un gioiello per innovazione, talento, profondità.
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“APPETRICCHIO” di Fabienne Agliardi, 2023 (Fazi)
Uno dei romanzi più spassosi, originali e brillanti che abbia letto negli ultimi anni, Fabienne Agliardi ha una fantasia così scoppiettante da stupirti a ogni pagina. Siamo in un paesino immaginario del sud, senza strade e automobili e collegato al mondo “laffòra” da un ponte malfermo; ci vive una manciata di abitanti, tenacemente fedeli a tradizioni e riti antichi, e a volte si aggiunge una famiglia di “furestici” che crea quel contrasto così divertente tra modernità e conservazione, innovazione e lentezza. Un paese inventato che diventa universale perché rappresenta il posto del cuore di ognuno di noi, mi ha fatto pensare a quei minuscoli borghi del nostro Abruzzo, stretti tra il mare e la montagna, circondati da boschi, arcaici, isolati, tenuti in vita da pochi abitanti che resistono alle incursioni del tempo e del mondo esterno. Tra scene esilaranti e personaggi indimenticabili, la meraviglia è soprattutto nella lingua piena di trovate geniali, perché in fondo il dialetto è la radice, esprime il sentimento, l’intimità delle cose, il senso della comunità.
“I luoghi dove siamo nati ritornano”, diceva Daisy Johnson, creano mappe incise sulla pelle che definiscono la nostra identità e rimangono sempre lì, a indicarci la strada di casa.
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“IL BUIO DELLE TRE” di Vladimir Di Prima, 2023 (Arkadia)
Ho “conosciuto” Vladimir Di Prima da Arkadia editore alla fiera del libro di Roma e l’ho scelto d’istinto perché è siciliano – degli isolani mi incuriosisce da sempre il punto di vista sul mondo – e per la copertina del suo libro, in cui campeggia la foto di Giuseppe Lo Piccolo e il titolo asciutto e suggestivo. L’ho letto in un giorno, divertita, commossa, rapita. Una storia coraggiosa e dolente, ironica e amara in cui il protagonista Pinuccio Badalà, nella cornice di varie vicende storiche che scorrono negli anni, porta avanti con ostinato ardore e instancabile strategia la sua ossessione di diventare uno scrittore, rivelando di fatto un mondo editoriale in declino per etica, qualità e ideali, “come la prua di una nave già sul fondo dei mari”.
Per dirla con Neruda, le parole di Vladimir cantano, brillano, seducono, e Pinuccio diventa un antieroe magnifico e “sacro” nella sua parabola discenditiva tra illusioni e delusioni, personaggi grotteschi e situazioni esilaranti, un perdente combattivo e incosciente che però rifulge di quella luce che solo i sognatori possiedono.
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“STO PENSANDO DI FINIRLA QUI” di Charles Stuart Kaufman (2020)
Kaufman è un genio. Dopo ‘Essere John Malkovich’ e ‘Se mi lasci ti cancello’ (traduzione orribile di Eternal sunshine of the spotless mind) firma un altro gioiello, poetico visionario impavido.
Un flusso di coscienza solo apparentemente confuso, una lotta tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, un mosaico scomposto fatto di ricordi, fantasmi, desideri infranti, errori commessi, opportunità perdute, amori sognati, uno sguardo colmo di rimpianto a un passato mai avvenuto. In Kaufman non contano gli eventi e la chiarezza della trama, ma le emozioni che ci investono come la bufera di neve del film, gli spunti che germinano nella mente dello spettatore, che vaga in un labirinto in cui si perde e commuove a ogni passo. E quando arriva alla fine, così struggente, vorrebbe persino tornare indietro e ricominciare il viaggio da capo. Insomma, tutto quello che il cinema dovrebbe essere: un sogno da cui non vorremmo svegliarci che ci riempie di stupore.
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“I MIEI STUPIDI INTENTI” di Bernardo Zannoni, Premio Campiello 2022 (Sellerio)
Ho sempre provato una grande ammirazione per il talento, quello puro, folgorante. Il talento che non deve affinarsi col tempo, fare i conti con la fatica, le prove, le delusioni, i piccoli passi incerti, ma nasce già compiuto, perfetto; che appena decide di buttare giù una storia, la rende un capolavoro di profondità, intelligenza e umanità. Non leggevo un libro con tanto stupore da non so quanto tempo, ho divorato pagina dopo pagina la storia malinconica e crudele di una faina zoppa che prende coscienza dello scorrere del tempo, del potere della scrittura, delle verità e delle illusioni dell’esistenza, dolorosa ed effimera, dei dubbi e dei sensi di colpa. Il romanzo d’esordio di questo ragazzo di 26 anni dai riccioli e l’aria svagata, che sembra a suo agio tra i grandi scrittori senza dare peso al successo, è di una bellezza quasi commovente capace di rendere trito e stantio tutto quello che lo circonda.
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“FERROVIE DEL MESSICO” di Gian Marco Griffi, finalista Premio Strega 2023 (Laurana)
Adoro le storie che “sulla carta” hanno poche possibilità di farcela – nello sport, nell’arte, nel sociale – eppure ottengono successo e riconoscimenti. Eppure. Adoro le storie che partono da qui. Vincono grazie al talento, al coraggio, al passaparola, a un po’ di fortuna e alla fiducia di qualcuno che ne sostiene i primi passi. È il caso di “Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi, scelto dall’editore Laurana che ci ha creduto, nonostante lo strano titolo che c’entra poco con la trama e la lunghezza di 800 pagine, e ne ha pubblicate poche decine di copie… poi, grazie al potentissimo passaparola dei lettori, è arrivato a venderne migliaia, ad avere una dozzina di edizioni e a rientrare tra i 12 finalisti al Premio Strega. Un romanzo che mi ha divertita, stupita, emozionata, risucchiata nel labirinto di un’epica tragicomica in cui personaggi e storie si moltiplicano pagina dopo pagina in una lingua quasi parlata ma letteraria e coltissima. Se fossi un giurato dello Strega lo farei vincere anche solo per il gusto di rendere questa storia ancora più straordinaria, per celebrare il merito a dispetto del potere, la bellezza contro la fama, e per dimostrare che tutto quello che viene prima di “eppure” non conta niente.
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“GIRI/HAJI – DOVERE / VERGOGNA” serie tv anglogiapponese (2019)
Le storie strane e sconosciute mi danno spesso soddisfazione, come questa serie anglogiapponese “Giri/Haji”, Dovere e Vergogna, un thriller costruito come una matrioska che si smonta e poi si ricompone in modo diverso, nasconde e poi rivela sempre qualcosa di nuovo, e ogni volta è un sussulto di stupore… ma la malìa è tutta nei personaggi: da Kenzo, con il suo aplomb stralunato di poliziotto giapponese mandato nel caos di Londra e diviso tra dovere e affetti, al fratello sicario Yuto, che in realtà agisce solo in nome dell’amore, a Rodney, un cinico e spassoso gigolò in cerca di redenzione, a Sarah, la poliziotta scozzese isolata e tradita ma che continua a crederci nonostante tutto, fino alla figlia nerd di Kenzo, timida e in cerca di se stessa che dà il suo meglio negli scambi con il padre, piccoli gioielli di arguzia e imprevedibilità. In pratica una sorta di famiglia disfunzionale, bizzarra, stonata eppure unitissima, che va avanti zoppicando e sembra sempre sul punto di cadere ma nella scena finale trova una dimensione onirica e poetica che da sola vale tutte le puntate.
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“IL MOVENTE” (El autor) di Manuel Martìn Cuenca (2017)
Riesco a scovare uno di quei piccoli film sconosciuti che mi danno tanta soddisfazione, un gioiello di humour nero, intelligenza e cattiveria. Il protagonista è un uomo senza qualità, fa un lavoro avvilente e arido, sua moglie lo tradisce e ha pubblicato un romanzo diventato un best seller, e lui vive con l’ossessione di diventare uno scrittore di successo, vuole scrivere un romanzo epocale, di quelli che lasciano il segno, ma non ha alcun talento né tantomeno fantasia e creatività. Così, trasferitosi in una nuova casa, inizia a spiare i vicini per trarne ispirazione, mente, manipola, inganna, distorcendo le loro vite per farne materia narrativa. L’insospettabile lato oscuro di un uomo mediocre. Una storia che diventa una riflessione amara e cinica sulla creazione, sul rapporto tra finzione e realtà, sul successo a tutti i costi, sulla deriva morale, sull’incapacità di accettare i propri limiti e sul desiderio di fama come unica via per illuminare una vita opaca anche a costo del male, fatto e ricevuto. Un male preciso, pianificato e profondo che smonta tutto e tutti “con le sue dita da orologiaio” per dirla con Amos Oz.
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“LA PAZIENTE SILENZIOSA” di Alex Michaelides 2019 (Einaudi)
Il romanzo di Alex Michaelides, un esordio da milioni di copie di un autore amante di miti greci e di Hitchcock, non è stato un colpo di fulmine, anzi parte lentamente, ti dici “leggo qualche pagina, vado un po’ avanti” e dopo ore sei ancora con il libro in mano risucchiato come dalle sabbie mobili. Forse sono di parte perché da sempre mi appassionano i romanzi psicologici e capire come la realtà, l’ambiente e la famiglia influenzano la nostra psiche, ma questo è davvero un gioiello di suspense e intreccio, con un protagonista al tempo stesso medico e paziente, un presente che sembra passato e viceversa, e una scrittura senza orpelli o artifici e per questo efficace, arriva dritta alla mente e la risucchia piano piano con metodo e costanza. La storia spiazzante e il geniale colpo di scena finale raggiungono l’obiettivo desiderato, soprattutto in questo periodo: trasportarti in un altrove che cattura e ipnotizza.
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“SENZA DISTURBARE I TULIPANI” di Federico Guerri 2022 (Spartaco)
Grazie a Ugo Di Monaco, editore raffinato e innovativo, e grazie a Federico Guerri per aver scritto un gioiello di rara ironia e sensibilità.
Adolescenti con una delicatezza d’animo nascosta giusto un passo dietro l’apparenza e tutto il futuro da realizzare, incontrano anziani che hanno solo il passato a cui aggrapparsi, un incontro sul terreno comune dell’ascolto, della memoria, delle storie, della condivisione… una storia in cui ricordi e gentilezza cancellano la distanza tra generazioni, schivano pregiudizi e luoghi comuni, diventando così la base del futuro di una comunità. Quei libri che, come diceva Pietro Citati, raccolgono quanto c’è di più prezioso nella vita.
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“IL POTERE DEL CANE” di Jane Campion (2021)
Il potere del cane è il titolo di un romanzo di Thomas Savage e la citazione di un salmo della Bibbia, si riferisce alla capacità dei ricchi e potenti di tormentare e sottomettere i deboli, e nel suo ultimo film, Leone d’argento a Venezia, Jane Campion si chiede: è un potere imbattibile o vulnerabile? Da un lato ci sono due fratelli diversissimi, uno carismatico e crudele e l’altro sottomesso e taciturno, poi una vedova fragile e suo figlio, un ragazzino strano e apparentemente debole; dall’altro laghi, colline e pianure del Montana, questi spazi sconfinati, suggestivi, ipnotici quasi. Una natura selvaggia e libera contro anime prigioniere e dolenti, incapaci di essere se stesse.
Un film che in realtà non è un colpo di fulmine… anzi, una volta finito rimani lì a chiederti se ti è piaciuto o meno, eppure è come un veleno, entra dentro, si espande lentamente e si sedimenta, cominci a pensarci, ci rifletti per ore, non ne esci. E in fondo è proprio quello che vorrebbe chi racconta una storia: che rimanga come un chiodo conficcato in un fianco.
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“BECKETT” di Ferdinando Cito Filomarino (2021)
L’ho scelto per il titolo, omaggio a Beckett, per le musiche di Sakamoto, per il regista che è italiano e per l’attore John David Washington che avevo scoperto nel magnifico Malcom & Marie. Sembra un thriller degli anni ’70 con un po’ di Hitchcock e un po’ di Kafka, eppure così attuale nell’odissea di un uomo qualunque che passa da turista felice e innamorato a straniero perseguitato senza sapere il perché, in un mondo esasperato e corrotto in cui la politica, invece di proteggere, crea il male e istiga alla violenza per interesse personale. Un eroe per caso con un dolore dentro con cui alla fine dovrà fare i conti… anche se i conti, lo dico sempre, raramente tornano quando si ha a che fare con i rimpianti e le sottrazioni che la vita ci riserva.
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“UNA INTIMA CONVINZIONE” di Antoine Raimbault (2018)
Mi piace scovare piccoli film poco conosciuti: “Una intima convinzione”, il gioiello d’esordio del francese Raimbault, non è un giallo, non è un film giudiziario, non è una storia sul potere dei media, eppure è tutte queste cose insieme. In un mondo che ormai va avanti per certezze granitiche, pregiudizi e intolleranze, è un inno al dubbio, la celebrazione del ‘forse’: tra chi giudica, chi condanna anche senza prove, chi segue ciecamente le regole rinunciando a riflettere o a seguire l’istinto, c’è chi invece combatte perché quel dubbio resti e prenda spazio e venga protetto. Ed è disposto a pagarne le conseguenze, sempre alte quando si tratta di principi e libertà di pensiero. Nonostante sia tratto da una storia vera, è un film che non vuole dimostrare niente ma solo celebrare l’importanza delle domande.