Liberamente ispirate al “Questionario di Proust”
1) alla scrittrice e aforista Dora Esposito
2) allo scrittore Massimo Carlotto
3) allo scrittore Raul Montanari
4) al pittore Alberto Di Fabio
5) alla scrittrice Marilù Oliva
6) all’editore Giovanni Turi (TerraRossa)
7) alla scrittrice Maura Chiulli
8) al regista Stefano Chiantini
9) allo scrittore Amleto De Silva
1 Intervista alla scrittrice e aforista DORA ESPOSITO
Dora Esposito, ironica e pungente e insieme dolce e solare, aforista come “Doraebasta” seguita da decine di migliaia di follower e scrittrice e donna tenace e luminosa come una giornata di sole a Castellammare di Stabia, dove è nata. Ha esordito con il romanzo “Un giorno ti racconterò” (Arkadia): dopo averlo letto, Diana Da Ros – celebre wedding planner in Italia e all’estero – ha chiesto il suo aiuto per scriverne uno dal titolo “Prima che tu dica Sì”, tradotto in lingua inglese. Dora ha collaborato con numerosi personaggi della televisione e dello spettacolo, è appassionata di scrittura, canto, recitazione e teatro, molti suoi aforismi compaiono sulle agende Comix e da poco ha pubblicato il suo nuovo romanzo “Apri la porta e vola” (Arkadia, 2024): a chi non è mai venuto in mente di mandare tutto all’aria e cambiare completamente vita?
Ecco la sua intervista, liberamente ispirata al Questionario di Proust:
. Il tratto principale del tuo carattere? Sono caparbia. Non mi arrendo facilmente. Mi fermo solo quando ho raggiunto il mio obiettivo.
. Il tuo peggior difetto? Sono molto permalosa. Lo ammetto.
. Cosa ti piacerebbe dicessero i tuoi amici di te? Che sono orgogliosi di me, che si fidano, che so mantenere un segreto, che per loro ci sono sempre, che sono indispensabile, solare, divertente, che senza di me non è la stessa cosa. (Ma già me lo dicono e ne sono felice).
. Non è mai troppo tardi per aprire la porta e volare? Mai. Mai arrendersi, mai perdere la speranza.
. Parafrasando Bernard Malamud: se non ci sono porte né finestre, tocca sfondare la parete? Per forza. Anche a testate se è necessario.
. Il tuo passatempo preferito? Cantare. Per me il canto, nella mia vita, è fondamentale, è fonte vitale. Il canto mi rilassa, mi distoglie dai cattivi pensieri, mi rigenera. Poi c’è la passeggiata. Amo camminare, in qualsiasi condizione metereologica. Poi c’è il disegno, sì, anche quello fa parte dei miei hobby, mi è sempre piaciuto disegnare, da quando ero bambina, infatti il primo disegno l’ho fatto sotto una pantofola di mio nonno. Avevo circa un anno e mezzo, dice mia mamma.
. Aforisma e romanzo, sintesi fulminante e respiro ampio: due forme opposte di scrittura. In quale ti senti più a tuo agio? Aforisma e romanzo, sicuramente, anche se io nasco proprio come aforista.
. Cosa sogni per la tua felicità? Sogno tantissime cose, ma più che per la felicità, direi per la serenità. La felicità dura poco, ecco, e magari la si può trovare proprio nella serenità. Posso mantenere per me questo sogno? Sai, sono scaramantica e se lo dico, non si avvera. (Ride)
. Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia? Non poter mai più abbracciare i miei figli.
. Un libro imprescindibile? “Amagi” di Sagar Prakash Khatnani. Un libro stupendo che mi ha insegnato tante cose, che ha cambiato il mio modo di pensare. Parla dritto al cuore di ciascuno di noi, mescolando racconti, storie, miti e leggende delle tante tradizioni occidentali e orientali.
. Tra i tanti personaggi che prendono vita nel tuo romanzo, a quale ti senti più legata umanamente? Oltre a Giulia, che è stata anche la protagonista del mio primo libro “Un giorno ti racconterò” e che ho fortemente voluto anche in “Apri la porta e vola”, c’è Hanna. Hanna è un personaggio che rappresenta la forza in persona. Una ragazza che ne passa tante ma che non si arrende mai. Hanna è la forza della vita.
. Credi nel destino o nel caso? Il caso non esiste, nulla succede per caso e una cosa succede proprio perché è destino.
. Se fossi una supereroina, quale sarebbe il tuo super potere? Diventare invisibile. Ecco, sarei la Donna Invisibile, quella che va a salvare le persone più deboli e più sofferenti.
. Cosa detesti? L’arroganza, l’invadenza, la maleducazione, l’indifferenza, le bugie, i tradimenti, il visualizzato senza risposta, il famoso Ghosting, che pare sia diventato di moda ultimamente, la violenza verbale, psicologica, le molestie, l’invidia, le prese in giro, la competenza, tutto ciò che rende cattiva l’umanità.
. Un romanzo che avresti voluto scrivere tu? Harry Potter. Ora sarei ricchissima. (Ride)
. Cosa ammiri in un uomo? La lealtà. (Ok, dai: i bicipiti, le spalle larghe, la tartaruga, il culo sodo – ma questo viene molto dopo e se non c’è, pazienza – i denti bianchi e dritti, le mani e i piedi curati. Sì, anche questo. Non facciamoci fesse.) E dicevo: la lealtà, la serietà, l’ironia, il modo in cui approccia una donna, l’eleganza, l’intelligenza, i congiuntivi, il prendersi cura della donna che ha accanto, il modo in cui la tratta non solo quando sono soli, ma anche quando sono in mezzo alla gente.
. Il passato è una scelta o un’imposizione? Il passato è passato e non si torna più indietro. Il passato è una scelta ma chi ci rimane incastrato è perché non vuole più andare avanti.
. Se esiste, qual è il lato negativo dell’avere migliaia di follower? Esiste. Il lato negativo è quando tra migliaia di follower ci sono anche gli invadenti, quelli che ti idealizzano, solo perché magari qualche volta ti sei permessa di pubblicare qualche foto in bikini o perché hai scritto qualcosa di più spinto o più ironico e quindi si arrogano il diritto di prendersi la confidenza, ma basta non rispondere e il gioco è fatto!
. In cosa trovi poesia e bellezza nella vita? Lo sguardo e un sorriso di un bambino che incroci per strada quando, tra tanta gente, ti guarda, ti sorride e alza la manina per salutarti. Gli anziani che camminano mano nella mano. Un tramonto d’estate. Una lettera scritta a mano. Lo sguardo dell’uomo che guarda la sua donna come se esistesse soltanto lei al mondo. Eh sì, sono romantica.
. Di cosa ti senti in colpa? Di non essere mai abbastanza per i miei figli.
. Il vero lusso è la capacità di sognare? Il vero lusso è la capacità di far accadere quello che hai sempre sognato.
. Tre cose che salveresti dalla fine del mondo? Ne sarebbero più di tre ma: il mare, la musica e la pizza.
. Lascia scritto il tuo motto della vita: “Nulla succede per caso”.
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2 Intervista allo scrittore MASSIMO CARLOTTO
Massimo Carlotto è scrittore, drammaturgo, giornalista, saggista, fumettista e sceneggiatore. Da sempre lettore onnivoro di una famiglia di grandi lettori, come ha spiegato lui stesso, ha scritto decine di racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo: per le edizioni e/o “Il fuggiasco” del 1995, la saga dell’Alligatore, “Le irregolari. Buenos Aires horror tour”, “Arrivederci amore, ciao”, “L’oscura immensità della morte”, “Niente, più niente al mondo”, “Nordest” (con Marco Videtta), “Alla fine di un giorno noioso”; per Einaudi ha pubblicato “Mi fido di te” (con Francesco Abate), “Respiro corto”, “Cocaina” (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e i quattro romanzi del ciclo “Le Vendicatrici” (con Marco Videtta); “Verrà un altro inverno” e “Il turista” sono editi da Rizzoli e “Il francese” da Mondadori; appena uscito il bel romanzo “Youthless – fiori di strada” per l’editore HarperCollins. È considerato uno dei migliori autori italiani di noir e tra i più noti a livello internazionale, ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero, i suoi libri sono tradotti in molte lingue e alcuni sono stati trasposti in film. Il romanzo di genere consente a Massimo Carlotto di scrutare e comprendere la società contemporanea, di raccontarne le trasformazioni, e in questa ottica il crimine diventa “il buco della serratura attraverso il quale osservo la realtà”. Ma ogni definizione, in quanto chiusa tra confini ben precisi, non si adatta al suo lungo e variegato percorso d’autore, che tende sempre più a una forma di romanzo che va al di là del genere e che si avvale del thriller e del noir senza rinchiudersi in essi: “viviamo in una società così complessa che può offrire infiniti mondi di esplorazione romanzesca”. Massimo Carlotto è un signore, corretto cortese disponibile, di quella gentilezza discreta e asciutta che ritrovo in molti veneti, senza orpelli e per questo autentica e amabile.
Ecco a voi la sua intervista, liberamente ispirata al “Questionario di Proust”:
. Intende la scrittura come osservazione della realtà o necessità personale? Ho scelto di evitare di “abitare” i miei romanzi. Credo non ci sia nulla di più noioso delle paturnie esistenziali degli autori quando invadono impropriamente la scrittura. La letteratura racconta storie. Le storie sono il motore del mondo.
. Il suo hobby preferito quando non scrive? Viaggiare. Non scrivo ma continuo a lavorare: penso, rifletto, immagino. La letteratura, ma anche le altre forme narrative che pratico, implicano una dedizione costante.
. “Youthless – fiori di strada” appena pubblicato è un romanzo scritto con altri 4 autori: che esperienza di scrittura è stata per lei? Non è la prima e non sarà l’ultima. La scrittura collettiva obbliga a una ridefinizione delle proprie concezioni e a interrogarsi sul significato di romanzo nella nostra società. E poi è una grande palestra dal punto di vista umano. Questi progetti hanno successo se si fondano sul rispetto del lavoro altrui.
. Per le sue storie, trae ispirazione dalla realtà o dalla sua immaginazione? Sempre dalla realtà. Il mio progetto narrativo è la descrizione della società attraverso il noir. L’immaginazione è la contaminazione successiva, la finzione letteraria poi domina il romanzo. Altrimenti scriverei saggi travestiti da romanzi.
. La provincia rispetto alla città rende meglio come ambientazione di storie noir? Le modificazioni urbanistiche, dettate dallo sviluppo economico dal dopoguerra a oggi, hanno profondamente modificato il territorio. In certe regioni come il Veneto ormai è difficile distinguere tra città e provincia, ha più senso parlare di Nordest, una zona molto più vasta e a suo modo tentacolare come una metropoli. Però la provincia, come ci ha insegnato Simenon, ha un modo diverso di rapportarsi al crimine, anche in termini di ferocia.
. “Esiste qualcosa di più spaventoso delle persone?” si chiedeva Svetlana Aleksievič. È d’accordo? Non lo so. Sono frasi che si prestano a diverse interpretazioni. Potrei citarne una dove al posto di persone sta scritto “natura”. Certo che la storia del mondo ci insegna che l’uomo è capace di enormità inenarrabili. Per fortuna riusciamo ancora a indignarci e a reagire e questo riafferma quotidianamente la volontà di combattere il male e le ingiustizie.
. A volte la cronaca nera supera, per crudeltà e abisso, la fantasia dei romanzi: il mondo di oggi è peggiorato o semplicemente è più informato? Entrambe le cose perché si è modificata la relazione tra crimine e società. Oggi è molto più invasivo, non è più solo frutto dell’emarginazione dato che è arrivato a infettare il mondo della politica e dei colletti bianchi. Di fronte a questa situazione che desta inquietudine, il cittadino chiede una maggiore informazione. Oggi possiamo tranquillamente affermare che viviamo in una società criminogena che sviluppa crimine e anticrimine in una spirale senza fine.
. Cosa apprezza di più dei suoi amici? L’amicizia è un universo complesso e indefinibile perché non è solo una percezione, ma una realtà ben precisa quando si trasforma in presenza. E si verifica solo nei momenti di bisogno. L’amico è quello che c’è. Sempre e comunque.
. Di quale suo romanzo è più orgoglioso? Del prossimo.
. Quale invece, se ce n’è uno, riscriverebbe in modo diverso? Nessuno. I romanzi sono progetti che appartengono a un momento specifico della vita professionale di uno scrittore.
. L’imperfezione, rispetto ai modelli di successo felicità e potere che ci vengono inculcati, è un valore da difendere o una colpa di cui vergognarsi? Per fortuna siamo imperfetti. I modelli sono devastanti, obbligano le persone ad annullarsi. Le persone più interessanti sono manifestamente imperfette.
. Il giallo è ormai un genere in cui convergono idee ed elementi diversissimi, qual è la sua definizione di giallo? In Italia il giallo è il romanzo poliziesco. Non ne ho mai scritti, mi sono sempre dedicato al noir che preferisco perché non è costretto da gabbie narrative e soprattutto ha una concezione diversa del crimine, nel senso che è una scusa per raccontare tutto quello che lo circonda.
. Sui social sembra ci sia posto solo per certezze incrollabili e convinzioni ferree, ogni idea tagliata con l’accetta: si è perso il valore delle sfumature e del dubbio? E del confronto. Nei social non c’è mai ricomposizione del conflitto determinato dal dibattito. Vince chi grida più forte. La mediazione che presuppone dialogo è inesistente.
. Vincere premi letterari prestigiosi, come nel suo caso lo Scerbanenco, è la soddisfazione più grande per uno scrittore o ce ne sono altre più significative? I premi sono importanti nei primi anni di carriera, poi scopri che la mail di un lettore che ti ringrazia perché il tuo romanzo lo ha aiutato in un momento difficile della sua vita è molto più importante.
. Un romanzo imprescindibile? Me ne vengono in mente almeno una trentina. Uno a caso: Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin.
. Nella sua mente nasce prima il protagonista o prima la storia, intorno alla quale poi adatta i personaggi? Sempre la storia, anzi il tema che voglio affrontare, poi arriva la storia e subito dopo i personaggi.
. Il migliore cattivo della letteratura? Giorgio Pellegrini.
. Se potesse andare a cena con un grande scrittore del passato, chi sceglierebbe? Passato recente: Leonardo Sciascia.
. Qual è il suo motto della vita: A brigante, brigante e mezzo.
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3 Intervista allo scrittore RAUL MONTANARI
È difficile racchiudere Raul Montanari in poche parole. Lavora nel mondo della scrittura – letteratura, teatro, cinema – da più di trent’anni, autore di romanzi (per Mondadori, Feltrinelli, Marcos y marcos, Rizzoli, Einaudi, Baldini+Castoldi), di racconti, di una raccolta di testi teatrali e di un libro di poesie diventato un best seller, scritto insieme a Aldo Nove e Tiziano Scarpa; ha tradotto per le scene opere di Seneca, Sofocle, Shakespeare e Schnitzler, pubblicato traduzioni dalle lingue classiche e moderne (tra cui Poe, Oscar Wilde, Borges, Philip Roth, Cormac McCarthy), scritto sceneggiature e molto altro. Nel 2012 ha ricevuto l’Ambrogino d’oro, il massimo riconoscimento istituzionale della città di Milano: nella motivazione viene riconosciuto e apprezzato anche il suo lavoro nel campo dell’insegnamento delle tecniche narrative. I suoi corsi, amati e ricercati, sono stati classificati fra i migliori d’Italia grazie a pubblicazioni e gratificazioni ottenute poi dagli allievi, ma anche – e forse è il suo punto di forza – per un’atmosfera di piacere condiviso, di sorriso, di sinergia “un’atmosfera in cui l’impegno è accompagnato forse perfino dal sollievo rispetto a certe angustie sconfortanti della vita quotidiana”. Soprattutto, Raul Montanari è una bella persona, di rara disponibilità e gentilezza.
Liberamente ispirata al “Questionario di Proust”, ecco la nostra intervista:
Il tratto principale del tuo carattere? La ricerca dell’obiettività in ogni circostanza. La fiducia che la verità esista anche nelle piccole cose.
Il tuo peggior difetto? Speravo tanto di finire fra i lussuriosi, ma ho paura che all’Inferno sarò fra gli iracondi.
Cosa ti colpisce in una donna? Le stesse cose che mi colpiscono in un uomo, sesso a parte.
Cosa ammiri in un uomo? Carisma fisico, intelligenza e gentilezza. Quest’ultima quando è profonda, non pro forma.
Cosa apprezzi di più dei tuoi amici? Ho sempre vissuto l’amicizia in modo simile all’amore. È un’attrazione inspiegabile che può assumere aspetti differenti da persona a persona.
Meglio una bugia rasserenante o una verità crudele? Servono le une e le altre, a seconda delle circostanze.
Il dubbio è un omaggio alla speranza? Senza il dubbio non si chiama nemmeno speranza, è solo illusione.
Il tuo passatempo preferito? Pesca a mosca e scacchi. Sono più bravo a pesca, però.
Cosa sogni per la tua felicità? La felicità è un conto chiuso, per me. Dovrò accontentarmi di generi di conforto alternativi: soddisfazione, allegria, spensieratezza…
Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia? Non poter più godere della bellezza del mondo.
Un libro imprescindibile? Shakespeare ha detto tutto quello che c’è da dire sugli uomini. Kafka ha detto poche cose, ma sono quelle essenziali.
Se fossi un supereroe, chi vorresti essere? Devil!
Cosa detesti? Molti comportamenti miei e altrui, ma la malafede ha il potere di mandarmi in bestia.
Un personaggio della storia che odi più di tutti? Non è facile rispondere con un solo nome. Tutti quelli che hanno esercitato il potere in modo insensato e crudele.
Un autore classico sopravvalutato? Un classico costruisce una casa: chi sono io per dire che è una brutta casa? Al massimo posso dire che in quella di Mann sto più comodo che in quella di Proust.
Un autore contemporaneo sottovalutato? Ce ne sono troppi. Questa è una cosa che ho imparato: noi non abbiamo idea delle grandezze che rimangono sconosciute nell’ombra. Vale anche per il passato.
Un dono che vorresti avere? Saper usare bene quelli che ho già.
Come vorresti morire? In qualsiasi modo ma non nel sonno. Sulla riva di un fiume andrebbe benissimo, con gli occhi bene aperti.
Come ti senti attualmente? Come se aspettassi un treno con il sospetto fondato che sia stato soppresso.
Di cosa ti senti in colpa? Di tutte le idiozie che ho detto nella mia vita, ma più ancora di tutte le volte che ho fatto soffrire inutilmente qualcuno che non lo meritava.
Essere adulti è essere soli? Direi che si è più soli da ragazzi e da vecchi.
Il vero lusso è la capacità di sognare? Forse la capacità di realizzare i propri sogni.
Tre cose che salveresti dalla fine del mondo Il bagliore dell’aurora. Lo scrosciare di un torrente. L’odore della pietra calda d’estate, quando piove.
Lascia scritto il tuo motto della vita: Ogni volta che ho avuto fretta ho sbagliato.
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4 Intervista al pittore ALBERTO DI FABIO
Seguendo le orme del padre pittore e scultore, Pasquale Di Fabio, e della madre Delia insegnante di scienze naturali, Alberto si avvia sulla strada dell’arte, trasferendosi da Avezzano a Roma dove frequenta prima il Liceo artistico e poi l’Accademia di Belle Arti, che integra con i corsi dell’Accademia di Belle Arti di Urbino. Innamorato dell’Abruzzo, una terra che il padre gli ha fatto conoscere e amare durante gite e passeggiate – come racconta la sorella in un’intervista – Alberto nella sua pittura trae ispirazione dal cosmo e dal mondo della natura e, attraverso il nesso fra natura, fisica e spazio, riesce a mostrare quello che l’occhio non vede; è come se ci desse un telescopio per guardare il cielo ma al tempo stesso andando oltre, analizzando l’infinito, interiore e astrale. Per questo viene definito il pittore dell’infinito invisibile. Il rapporto che ha con la materia fa pensare a un alchimista: la sua pittura diventa la chiave per comprendere l’essenza più intima e vera della realtà: il divino è in noi, come in tutto ciò che ci circonda e in cui siamo immersi. Le sue tele vibrano di colori brillanti, creando contrasti e armonie, variazioni di toni e accostamenti sorprendenti che coinvolgono lo spettatore in visioni extrasensoriali. È come se l’anima si elevasse attraverso un viaggio onirico in direzione di mondi paralleli, lontani nello spazio e nel tempo.
Alberto Di Fabio ha avuto mostre personali in tutto il mondo: la prima a Roma nel 1994, poi New York, Parigi, Atene, Roma, Dublino, Ginevra, Napoli, Milano, Pechino, Salisburgo, e oggi è uno dei pittori più innovativi e apprezzati a livello internazionale. Eppure, nonostante la notorietà e il successo, Alberto conserva la gentilezza, la profonda sensibilità, il sorriso autentico, e soprattutto una grande generosità verso gli altri artisti: a Roma ha fondato lo Studio DFB, un “Open space” aperto alla condivisione e alla valorizzazione dei giovani talenti attraverso mostre, concerti, performance, danza e incontri. “Nella mia vita ho ricevuto tanto e ho pensato fosse importante condividere una parte di quello che ho oggi per stimolare le nuove generazioni, mettendo a loro disposizione uno spazio, strumenti per sostenere la ricerca, una vetrina per valorizzare il loro lavoro, anche al di fuori dei circuiti tradizionali”.
Ecco la sua intervista, liberamente ispirata al “Questionario di Proust”:
Il tratto principale del tuo carattere? Meditativo e insieme Iperattivo.
Qual è la qualità che ammiri in un artista? Il lavoro.
Credi nella sinergia delle varie forme d’arte? Assolutamente sì, l’arte è una frequenza magnetica universale.
Crescere respirando arte in famiglia aiuta, o è la predisposizione personale a determinare la propria strada? Essere figli di un artista aiuta nella conoscenza e nei tempi, ma per raggiungere e descrivere i dogmi universali bisogna lavorare molto e sicuramente essere unico e determinato.
Il tuo peggior difetto? Non ascoltare abbastanza.
Il tuo passatempo preferito? Sognare a occhi aperti.
Cosa apprezzi di più dei tuoi amici? La discrezione.
Cosa sogni per la tua felicità? Vivo nel sogno costante di come poter descrivere l’invisibile.
Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia? La fine dei sogni che ognuno di noi si porta dentro.
Il colore che ti rappresenta? Il blu.
Il tuo pittore preferito? Ne sono tanti: Giotto, Giorgione, de Chirico, Hans Arp, Willem de Kooning…
Se non fossi diventato un pittore, cosa saresti oggi? Il mio lavoro è un viaggio molto complesso che ha bisogno di tante preghiere e concentrazione. Non c’è spazio né tempo per sogni di vite diverse.
Esistono supereroi nella vita reale? Sono convinto che siamo noi gli eroi che muoviamo la materia e la mente.
Cosa detesti? La mente ci mente… detesto la mente quando è troppo materialistica. L’anima è in connessione con il Dio quantico.
L’esperienza lavorativa di cui sei più orgoglioso? Ogni opera, ogni esposizione, è illuminazione per la mia anima e orgoglio per la mia mente.
Se potessi andare a cena con un artista del passato, chi sceglieresti? Albert Einstein.
Un dono che vorresti avere? Parlare di meno e ascoltare di più.
Hai un rimpianto o una colpa con cui fare i conti? La colpa è una delle poche cose che detesto nella nostra religione. Odio i sensi di colpa, anche se servono a bilanciare le nostre forme di eccesso. Viviamo i nostri tempi in completa ansia e nevrosi per le scelte che facciamo. Abbiamo troppo e ci facciamo troppe domande… Un sorriso e un bel respiro, è tutto!
Tre cose che salveresti dalla fine del mondo? La memoria, l’anima e il nostro perdono per essere ancora piccoli davanti all’eternità.
Se fossi vissuto in un altro periodo storico, in quale ti vedresti? Nel futuro.
Per cosa vorresti essere apprezzato? Come un Profeta, per il buon “Verbo”.
Lascia scritto il tuo motto della vita: Ora et Labora.
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5 Intervista alla scrittrice MARILÙ OLIVA
Marilù Oliva è una fra le più seguite autrici di noir, “la voce più roca e graffiante del romanzo nero italiano” disse una volta Maurizio De Giovanni; scrittrice, saggista e docente di lettere, collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Ha pubblicato numerosi romanzi, ha co-curato per Zanichelli un’antologia sui Promessi sposi e realizzato due antologie patrocinate da Telefono Rosa, occupandosi da anni – con grazia e sensibilità, ma senza sconti – di questioni di genere, di attualità e del sociale. Con Harper Collins ha pubblicato “Le spose sepolte” (2018), che ha inaugurato la saga della poliziotta Micol Medici, e “Musica sull’abisso” (2019), mentre per Solferino ha scritto “L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre” (2020), “Biancaneve nel Novecento” (2021) e “L’Eneide di Didone” (2022). Marilù è una donna gentile, tenace, generosa, guerriera nella misura in cui lo sono molte donne: “ogni giorno combattiamo battaglie su diversi fronti, se cadiamo ci rialziamo, ci rimbocchiamo le maniche e non ci scoraggiamo di fronte alle ingiustizie o alle prevaricazioni. Basta poco: una pubblicità inopportuna, una battuta fuori luogo, uno stipendio impari. Siamo guerriere nel senso più profondo del termine: non perché cerchiamo la guerra, ma perché siamo consapevoli che per ottenere quello che desideriamo bisogna sudare”.
Ecco la sua intervista, liberamente ispirata al “Questionario di Proust”:
I tratti principali del tuo carattere? Sono curiosa. Paziente ma severa, in primis con me stessa. Mi piace ridere, eppure ho ben chiara la sensazione che sia tutto provvisorio.
Il tuo passatempo preferito, quando non scrivi o insegni? Un tempo ti avrei detto ballare la salsa. Ora, a parte leggere e camminare, credo sia scrutare il mondo.
Il personaggio di un tuo libro di cui sei più orgogliosa? Sono orgogliosa di Bianca di Biancaneve nel Novecento, e di Didone dell’Eneide. Ma anche di tutte le donne che hanno incontrato Ulisse nell’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre.
Anche non dare visibilità è una forma di discriminazione: si dà sufficiente spazio alle donne in letteratura? Si dà un po’ più di spazio rispetto al passato, perché in tante stiamo combattendo quotidianamente per ogni forma di discriminazione. Però c’è ancora moltissimo da fare.
Un libro necessario? La Divina Commedia per la sua forza prorompente. I Promessi Sposi per la lingua italiana. La Storia di Elsa Morante, tutti i libri di Marquez, ma la lista sarebbe lunga.
Fermo restando il rispetto per la narrativa d’evasione, quanto conta per te il messaggio in letteratura? Non c’è niente di male nella narrativa di intrattenimento, ma non incontra i miei gusti di lettrice né di autrice. Mi sembra insulsa, però capisco che potrebbe essere un mio limite.
In cosa il mito rispecchia il mondo attuale? Nel mito risiedono il nostro immaginario, i nostri sogni, i nostri demoni, alcune acutizzazioni di nostri comportamenti e la nostra propensione a giocare con la fantasia.
L’aspetto che ami di più del tuo lavoro come insegnante? Stare coi ragazzi e con le ragazze. Sentirmi utile.
Quanto è preziosa la scuola per educare i giovani al rifiuto di pregiudizi e intolleranze? Fondamentale.
Esistono supereroi nella vita reale? Certo. Chi si arrabatta tutti i giorni, chi osa per i propri ideali e per i propri diritti, portando avanti una lotta titanica. Un esempio recente? Le proteste in Iran, forza ragazze!
Cosa detesti? L’opportunismo, il leccaculismo, le prepotenze, l’ipocrisia. L’impotenza di fronte all’ignoranza. Il clima di mercificazione di ogni cosa.
Con te sono stati prepotenti? All’inizio moltissimo. Col mio primo libro ho subito una sorta di mobbing. Ma credo che tutto serva, anche solo per corazzarti.
Com’è il mondo editoriale? Complicato. A tratti ingiusto. Troppo arreso alle logiche di mercato. Però ci sono ancora delle oasi, sia tra i grandi che tra i piccoli editori, per cui vale la pena di ben sperare.
Cosa apprezzi di più dei tuoi amici? L’onestà. La propensione a guardare il mondo senza troppe zavorre. E poi la gentilezza. È qualcosa che mi incanta in tutte le persone.
Hai un rimpianto? Mah, forse qualche volta ho scelto le compagnie sbagliate.
Se potessi chiacchierare con un personaggio della mitologia, chi sceglieresti? Vorrei incontrare tutti. Ma se proprio dovessi scegliere, vorrei parlare con Cassandra. So che ci sarebbe molta intesa.
Tre cose che salveresti dalla fine del mondo? Non salverei niente. Abbiamo beneficiato per millenni di tanta Bellezza, se proprio deve finire tutto, io mi arrenderei al corso del cosmo. Direi che già abbiamo ricevuto tanto.
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6 Intervista all’editore GIOVANNI TURI (TERRAROSSA)
Giovanni Turi è editor e direttore editoriale di TerraRossa edizioni, una casa editrice indipendente che vive di qualità, coraggio e ricerca, ponendosi come obiettivo una narrativa che non sia soltanto di intrattenimento, ma anche frutto di sperimentazione stilistica e di un’indagine sul nostro tempo. Uno di quei piccoli mondi editoriali che devono fare i conti con sogni e vendite, creatività e costi, speranze e ricavi, artigianato e fatica, sguardo al cielo e piedi per terra, realtà sempre più indispensabili per il loro nobile impegno a difendere l’ideale, stimolare il dibattito letterario, rifiutare le mode, inseguire la bellezza. Tra i titoli di TerraRossa, ben selezionati e curati, spiccano i romanzi di Daniele Petruccioli, Cristò Chiapparino, Enrico Macioci ed Ezio Sinigaglia, quest’anno selezionato per la seconda volta al premio Strega con il suo magnifico “Sillabario all’incontrario”: tutti accumunati dalla capacità di osservare il reale attraverso un’angolatura inedita, dall’abilità nel narrare una storia e nella sperimentazione del linguaggio, dal talento di catturare e appassionare il lettore. Giovanni Turi è una persona affabile, accogliente, e soprattutto – prendendo in prestito le parole dello scrittore Piersandro Pallavicini – è un editore appartato, colto, elegante e coraggioso.
Ecco la sua intervista, liberamente ispirata al Questionario di Proust:
Il tratto principale del tuo carattere? L’empatia o la pazienza, credo.
Il tuo peggior difetto? La difficoltà a contenere l’ansia.
Cosa apprezzi di più dei tuoi amici? Di alcuni l’acume, di altri la simpatia e di altri ancora il semplice affetto.
Cosa cerchi o cosa ti colpisce in un manoscritto per decidere di pubblicarlo? Lo stile, l’abilità dell’autore nel creare un nuovo linguaggio, un nuovo ritmo o una struttura narrativa inedita.
È la seconda volta che lo scrittore Ezio Sinigaglia viene segnalato al Premio Strega, prima con “L’imitazion del vero” e quest’anno con “Sillabario all’incontrario”, ai quali aggiungiamo “La casa delle madri” di Daniele Petruccioli: cosa si prova a essere un piccolo editore che raggiunge lo Strega e quale valore ha per te? Molta emozione e altrettanta soddisfazione: soprattutto centrare la dozzina era impensabile e invece per me è stata la dimostrazione che qualità e talento di alcuni scrittori possano e debbano affermarsi (e merito va dato anche alla Giuria del Premio Strega per l’attenzione).
“Sillabario all’incontrario” è un libro bello e sorprendente, come lo descriveresti a chi non l’ha ancora letto? Un’opera inclassificabile, di grande letteratura, in cui l’autore (insieme a ciascun lettore) fa i conti con se stesso, con i sensi di colpa, con i desideri esauditi e non.
Nella tua squadra ci sono altri due scrittori che ammiro molto: Enrico Macioci e Cristò Chiapparino. Quali sono le loro doti principali? Le medesime di tutti gli autori che pubblico: una grande consapevolezza dei propri strumenti espressivi e uno sguardo che sa penetrare la realtà, frantumarla e ricomporla sulla pagina.
Uno scrittore/una scrittrice imprescindibile? È una domanda imbarazzante la cui risposta cambia sempre, questa volta opto per Stefano D’Arrigo, William Faulkner e Virginia Woolf.
Il tuo passatempo preferito? Leggere vale?
Cosa sogni per la tua felicità? Una società più giusta, consapevole, attenta (di lettori, va da sé).
Cosa detesti? L’arroganza, l’egoismo.
Prendendo in prestito il titolo del tuo blog, com’è la vita da editor? Molto stressante (soprattutto se alla figura dell’editor si somma quella dell’editore).
Il principale difetto degli esordienti? Talvolta l’insicurezza che si traduce in un trincerarsi sulle proprie posizioni, ma è legittimo, per cui sarebbe più giusto rispondere: nessuno in particolare.
In cosa i social hanno peggiorato e in cosa hanno migliorato l’editoria in Italia? Forse hanno contribuito a renderla più superficiale, volta all’apparenza e all’immediatezza piuttosto che ai contenuti e alla perseveranza, ma hanno anche concesso spiragli prima impensabili.
Quale obiettivo dovrebbe porsi la narrativa? Nessuno. Raccontare e cercare di farlo in una forma inedita appartengono già alla sua essenza.
Ti sei mai pentito di aver rifiutato un libro? Ci sono stati libri che ho rifiutato e hanno poi ottenuto successo, ma le ragioni per le quali non li ho pubblicati prescindevano da considerazioni di natura commerciale. C’è però un giovane autore al quale avrei voluto concedere più attenzione ma, forse a torto, mi hanno scoraggiato il tema, l’ambientazione delle sue storie.
Rispetto alla maggior parte dei grandi editori, la piccola editoria indipendente punta su qualità, coraggio, passione, sperimentazione. Se c’è, qual è il prezzo? La precarietà economica, anche perché la comunità dei lettori italiani è piccola e per lo più disattenta.
Esistono supereroi nella vita reale? Sì, uno è mio padre, per come ha saputo affrontare il lutto, la malattia, la complessità dei suoi figli.
Un dono che vorresti avere? Più serenità.
Hai un rimpianto o un rimorso? Sì, avrei voluto fare semplicemente l’editor in piena libertà e non dover essere anche editore per potermelo concedere.
Se potessi andare a cena con un premio Nobel per la letteratura, chi sceglieresti? Forse Albert Camus o Svetlana Aleksievič per la lucidità del loro pensiero.
David Foster Wallace diceva che leggere libri non ci fa sentire soli – intellettualmente, emotivamente, spiritualmente – in un modo che non credeva possibile con altre arti. Sei d’accordo? C’è qualcuno che può negarlo?
Per cosa vorresti essere stimato? Per l’impegno e la cura che metto in quel che faccio.
Lascia scritto il tuo motto della vita: “La letteratura è una difesa contro le offese della vita” di Cesare Pavese, anche se a lui non è bastato.
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7 Intervista alla scrittrice MAURA CHIULLI
Maura è scrittrice e mangiafuoco. Esordisce con il romanzo “Piacere Maria”, a cui seguono “Maledetti Froci & Maledette Lesbiche”, “Out” e “La discriminazione degli omosessuali”; con Hacca edizioni pubblica “Dieci giorni”, “Nel nostro fuoco” – selezionato al Premio Campiello – e “Ho amato anche la terra”. È una donna che si espone senza paura, fiera e tenace, e da anni combatte contro il pregiudizio con dedizione e generosità. La passione per la scrittura e la fascinazione per il fuoco simboleggiano la libertà e la resistenza “Nel fuoco sono libera, ardo, mi consumo e mi rigenero”. Anima delicata, cuore che batte, corpo e respiro.
Ecco la sua intervista, liberamente ispirata al “Questionario di Proust”:
Il tratto principale del tuo carattere? Sono una persona solitaria, tendo a isolarmi perché nell’incontro con l’altro vivo spesso un confronto severissimo, inesorabile. Accade spesso che per le voci che mi abitano, io valga sempre un poco meno degli altri.
Cosa apprezzi di più dei tuoi amici? La generosità. Mi piacciono le persone che accolgono, che sanno essere pazienti, che abbracciano con gli occhi.
Il tuo peggior difetto? Sono permalosa, ma credo sia solo l’esito cicatriziale di un senso vago e perenne di insufficienza e di inadeguatezza. Quando mi si fa notare una mancanza, sento un dolore e comincio a correre via. Solo in questi ultimi anni ho imparato a ritornare.
Il tuo verbo preferito? Ricordare. Ha a che fare con il cuore, con l’attraversamento, con il dentro e con il fuori. Con la storia e col futuro.
Un aggettivo che ti definisce? Coerente. Non tradisco le idee in cui credo. In nome dell’uguaglianza farei ogni cosa (lecita e non violenta).
Cosa sogni per la tua felicità? Una vita in cui esistano solo la scrittura e il coraggio. Sarei più felice se potessi scrivere tutti i giorni, quando voglio e non soltanto alle quattro del mattino, prima della giornata di lavoro. Sarei più felice se imparassi a sentirmi meno infinitesimale e fatta a pezzetti. Se trovassi il coraggio necessario per guardarmi tutta intera. Maura.
Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia? In questo momento storico che venissero messi in discussione, intaccati i diritti delle persone.
Un libro che avresti voluto scrivere tu? Génie la matta, di Inès Cagnati.
Un poeta necessario? Una poeta necessaria, nel mio caso: Patrizia Cavalli.
Cosa fanno i supereroi nella vita reale? I miei supereroi per vincere restano anche bambini, ricordano da dove vengono e si preoccupano che “domani” sia possibile per tutt*.
Cosa detesti? L’odio. Le persone che non ascoltano, quelle che gridano e che sono violente.
La vita è bruciare confini? La mia di sicuro è anche questo. Faccio tanta fatica, ma il mio lavoro dell’ultimo decennio è tutto un costruire ponti, accorciare distanze, rinunciare alla protezione potente dell’isolamento, imparare a stare, anche in silenzio, in mezzo al mondo.
Un personaggio della storia che odi più di tutti? Mi addolora così tanto l’olocausto e ancor di più mi fa paura la perdita progressiva dei testimoni di quel massacro, che non posso che ricordare Hitler e il nazi(fasci)smo. Le leggi razziali, i campi di concentramento, quel gigantesco pezzo di storia mi fa ancora molto male.
Un dono che vorresti avere? Vorrei saper rincontrare mio padre anche con il corpo. Con gli abbracci, in un luogo che non ha le trasparenze dei sogni.
Per cosa puoi provare vergogna? Per le persone che si impongono con arroganza, senza tener conto del loro profondo e nero non sapere.
Ci illuminiamo prendendo coscienza della nostra oscurità? Credo che accada anche così che cominciamo a brillare. Là sotto, nel magma denso e oscuro, incandescente, nel punto più basso di noi dove nascondiamo tutto, viltà e coraggio, io ho imparato a stare. E non mi abituo al buio mai, io scandaglio. Io cerco.
Tre cose che getteresti da una torre? Crudeltà, ignoranza, violenza. Razzismo, omofobia e invidia. E non le metto insieme a caso.
Nella tua vita cosa è fuoco e cosa è cenere? Nella mia vita tutto brucia. E la cenere mi serve quando le fiamme sono ingestibili. È fuoco la lotta quotidiana per costruire un Paese più giusto, che sappia valorizzare le differenze. È fuoco la poesia che si nasconde nelle storie di dolore e di rinascita, è fuoco un amico da abbracciare, una vita da proteggere. Per me la cenere è una conquista, che conserva il segreto della fiamma, di un nuovo fuoco possibile. Ogni volta. Senza sosta.
Per cosa vorresti essere stimata? Vorrei solo essere abbracciata. Preferisco il tocco e la carezza alla stima. Voglio il bene. Solo il bene.
Il corpo è involucro o esposizione, copertina o racconto? In questo momento dei miei studi, il corpo è esposizione. È frontiera, è luogo dell’esistenza, “è essere dell’esistenza”, per dirla con le parole di Jean-Luc Nancy. È teatro e racconto. Ma quello che mi piace di più del mio esistere leggendo è che le certezze non esistono. Non esiste una sola Maura e non esiste una sola visione. Per questo vivere è molto impegnativo: spesso è faticoso riscrivere paradigmi, mettere in discussione, creare orizzonti nuovi di senso. Ma è così entusiasmante.
Ognuno si salva da solo? Ognuno ha la responsabilità di salvare la sua vita, ma non credo che ognuno si salvi da solo.
Lascia scritto il tuo motto della vita: “Non siamo nati per stare nel dolore”.
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8 Intervista al regista STEFANO CHIANTINI
Il regista e sceneggiatore Stefano Chiantini, nato ad Avezzano nel 1974 e laureato in Lettere all’Università La Sapienza di Roma, dall’esordio nel lontano 2004 ha diretto molti lungometraggi apprezzati da critica e pubblico: “L’amore non basta” con Giovanna Mezzogiorno e Rocco Papaleo, “Isole” con Asia Argento, Giorgio Colangeli e Ivan Franek, selezionato al Toronto film festival nel 2011, “Storie sospese” con Marco Giallini e Maya Sansa, selezionato nella rassegna Giornate degli Autori all’interno della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, e “Naufragi” con Micaela Ramazzotti; l’ultimo film “Il ritorno” del 2022 ha per protagonista Emma Marrone ed è stato presentato in concorso in Panorama Italia di Alice nella Città: è un dramma quotidiano sull’incomunicabilità, sottolineata da luci grigie, rumori della strada, dal pianto del bambino nella parte iniziale, e facilitata da un lavoro in sottrazione come l’ha definito lo stesso regista, a cui interessa affrontare tematiche come la disoccupazione, le solitudini, i vuoti esistenziali. Nel 2013 ha diretto la serie televisiva “Una mamma imperfetta” scritta e ideata da Ivan Cotroneo, vincitrice di un Nastro d’argento come serie web dell’anno, prodotta in due stagioni da RCS, Indigo Film e Rai Fiction. Stefano è “un autore interessante e trasversale, dalla poetica assolutamente personale e inedita”, gentile, disponibile, tenace.
Ecco la sua intervista, liberamente ispirata al “Questionario di Proust”:
Il tratto principale del tuo carattere? La determinazione.
Qual è la qualità che apprezzi di più nelle persone? Non mi pongo davanti alle persone pensando a cosa apprezzare o non apprezzare di loro, non mi interessa.
Il tuo peggior difetto? Sempre la determinazione, porta a mettere da parte molti aspetti importanti.
Dedicarti al cinema è stata una scelta graduale maturata nel tempo, oppure c’è stato un momento in cui hai deciso che era la tua strada? Non ho deciso di far essere il cinema la mia strada, non ho avuto scelta, quando hai una passione è così.
Cosa ami raccontare? In questo momento l’animo umano, soprattutto femminile, raccontato però in momenti e condizioni particolari.
Un film che gireresti in modo diverso? Storie sospese.
Parafrasando Tarantino, il mondo è faticoso e ingiusto e non si dovrebbe imbellettarlo nei film. È un pensiero che condividi? Io infatti non lo imbelletto, i miei film sono altrettanto “faticosi” e ingiusti.
Un regista da cui hai imparato molto? Imparato da nessuno perché non ho avuto modo e voglia di frequentare registi, ho sicuramente preso molto dalla visione continua di film: Antonioni e i fratelli Dardenne sono i primi registi a cui penso quando rifletto sui film per me importanti.
Tre film che ami particolarmente? Sono molti i film che amo, così d’istinto: Fino all’ultimo respiro, Ladri di Biciclette, Hong Kong express.
Come descriveresti il tuo film “Il ritorno” in poche parole? Essenziale e coerente.
Cosa apprezzi in Emma Marrone come attrice? Oltre la bravura, la generosità e la grande professionalità.
L’esperienza professionale più significativa? Lo sono state tutte.
Il rapporto umano che ti ha lasciato un segno importante? I rapporti umani che mi hanno segnato sono quelli legati alla mia vita privata, vanno oltre il cinema, ma preferisco non parlarne.
Christopher Nolan dice che quello che conta è la sincerità: sentire che per il regista quel suo film è il migliore del mondo, una storia in cui ha riversato tutto sé stesso e che ama profondamente. Cos’è la sincerità per te? È fare un film e raccontare una storia esattamente come si vuole, essendo coerenti con se stessi.
Il complimento più bello che hai ricevuto? Quando davanti a una scena mi dicono “si vede che è un tuo film…”. Avere uno stile proprio, uno stile che porta a essere riconosciuto è un aspetto fondamentale per come intendo io la regia.
A cosa stai lavorando in questo periodo? Sto montando il mio nuovo film.
Se potessi andare a cena con un regista del passato, chi sceglieresti? Antonioni.
Esistono supereroi nella vita reale? Certo, sono gli antieroi che affrontano la quotidianità con dignità.
Cosa detesti? I ben pensanti.
Un dono che vorresti avere? Mi sento fortunato così.
Per cosa vorresti essere stimato? Non mi pongo il problema, più che altro mi piacerebbe essere stimato dalle persone a cui tengo.
Lascia scritto il tuo motto della vita: “Ma io non lo so, io piango e basta” ma anche “Il mio complesso è una tragedia antica: devo scrivere e vorrei ballare”.
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9 Intervista allo scrittore AMLETO DE SILVA
*(Amleto 1961 – 2024)
Amleto De Silva, in arte Amlo, è nato a Napoli, cresciuto a Salerno e oggi vive a Roma. Ha esordito come vignettista su “Cuore”, Smemoranda e altri, vincendo il Premio Satira Politica di Forte dei Marmi. Cura un blog molto seguito (www.amlo.it) e le rubriche Spoiler, Playlist e On Writing per TvZap e Ilmiolibro.it, è autore teatrale con Enrico Montesano e sue vignette e battute le troviamo in “La classe è invasa dal principio d’inerzia” per Kowalski e “Carognate di Natale” per Gremese. Tra i romanzi ricordiamo “Statti attento da me” e “La nobile arte di misurarsi la palla” editi da Roundmidnight, “Stronzology, gnoseologia della dipendenza dagli stronzi” (LiberAria) che non è un manuale come può sembrare, ma “un tentativo di fare della filosofia da bar, di chiacchierare davanti a un campari e gin. Se è possibile, di parlare dei massimi sistemi, dire due cazzate, soprattutto farsi due risate”; nel 2021 è uscito “Il pugilatore. Viaggio intorno a Sonny Liston” per Les Flâneurs edizioni, e nel 2022 “Bocca mia mangia confetti” edito da Rubbettino.
“Pasquino partenopeo cinico e smagato” (Mangialibri), Amleto De Silva è un autore controcorrente, libero, scomodo secondo la visione politicamente corretta che vuole gli scrittori integrati in un sistema editoriale spesso snob e calcolatore, che persegue il successo facile a scapito della qualità, asseconda le mode ed è soffocato da interessi meramente economici. Per Amleto invece conta soltanto il lettore e uno stile che lo coinvolga, gli dia piacere e lo inchiodi alle pagine. Artista irriverente e incontaminato e al tempo stesso persona accogliente, comunicativa, di una gentilezza così immediata e genuina che la senti amica anche se la conosci solo da una manciata di minuti.
Ecco la sua intervista, liberamente ispirata al “Questionario di Proust”:
Amleto: un nome impegnativo? Una maledizione, direi, culminata quando scoprii che il mio esame di Storia del Teatro era proprio sull’Amleto. Ti lascio immaginare.
Sei per le domande o per l’azione? Tendenzialmente sarei un accidioso, ma siccome sono anche un nevrastenico ho scoperto che l’azione mi consente meno arrovellamenti. Se fai, non pensi, o pensi meno: ottima cosa.
Il tratto principale del tuo carattere? La misantropia, senz’altro. Da sempre.
Un tuo difetto che ti piace e che non cambieresti mai? Sono vendicativo. Ma non sono affatto sicuro che sia un difetto.
Qual è la qualità che ammiri nelle persone? Ah, senz’altro la buona educazione. Anche falsa, eh. Se mi detesti educatamente e senza piazzate te ne sarò sempre grato.
Cosa apprezzi di più dei tuoi amici? Che si incazzano perché sono restio a raccontargli i miei guai. Sono pochissimi, ma a me ci tengono e si dispiacciono quando, invece di sfogarmi, mi nascondo. Ma, come diceva Scola, gli amici servono a non rompere il cazzo agli altri amici.
Il tuo passatempo preferito? Leggere, studiare, la musica. Ma quello che mi soddisfa davvero è aggiustare le cose: roba elettrica, mobili, ecc. E poi, ovviamente, scrivere. Come dico sempre, quando scrivo sono alto sei metri.
Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia? A parte quelle ovvie? Credo perdere la vista, sempre per il fatto di leggere e scrivere. Sono troppo vecchio per il braille e troppo fregnone in generale.
L’ironia salverà il mondo? Macché. Chi vuoi che la capisca più, l’ironia. È stata soppiantata dalle spiritosaggini: e più banali sono, più piacciono. Roba da cafoni. Da ignoranti.
Porti con te le tue radici napoletane? Direi di no, perché a Napoli ci sono solo nato; a Salerno ci sono cresciuto, consapevole di non essere salernitano. I salernitani tengono molto a farti notare che se non sei nato a Salerno non sei di Salerno: è un loro hobby. Mi porto dentro però la Napoli dei libri e delle canzoni. Quella migliore, che infatti non esiste.
Uno scrittore necessario? Migliaia, ma pistola alla tempia: Dickens.
Tre aggettivi che ti descrivono? Due li ho già citati: nevrastenico e vendicativo. Aggiungo beneducato.
Un verbo che ti rappresenta? Cambiare.
Se fossi un supereroe, chi saresti? Maradona.
Cosa detesti? Come scriveva Parise, non sopporto più le persone che mi annoiano anche pochissimo, che mi fanno perdere anche un solo secondo di vita.
“Stronzology”: chi è lo stronzo per antonomasia? Quello che vuol farti credere che lo stronzo sei tu.
Un dono che vorresti avere? Saper scrivere poesie. Però, a differenza di molti poeti, ho il dono inestimabile di capire che non so scrivere poesie.
Di cosa ti senti in colpa? Io mi sento in colpa anche quando vado a fare la spesa, figuriamoci.
La satira è uno strumento democratico? No, per niente. Ha bisogno di qualcuno che la sappia leggere, e oggi la gente ha un vocabolario di trenta parole al massimo.
Qual è l’aspetto più ridicolo delle persone? Il sussiego. Quelli che si credono stocazzo, senz’altro.
Tre cose che salveresti dalla fine del mondo? Il circolo Pickwick di Dickens, It di King e le poesie di Dylan Thomas. Ma solo per far capire ai sopravvissuti che si può ricominciare partendo dalle cose belle.
L’esperienza di cui sei più orgoglioso? Una volta Gigi Magni mi ha detto che gli era molto piaciuto un pezzo teatrale che avevo scritto io. Stavo per pisciarmi sotto come un cagnolino, dalla gioia.
Per cosa vorresti essere stimato? Per aver cercato – non riuscendoci sempre, ovvio – di essere una brava persona.
Lascia scritto il tuo motto della vita: Un po’ di culo, no?
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