{"id":187,"date":"2023-09-06T16:20:03","date_gmt":"2023-09-06T14:20:03","guid":{"rendered":"https:\/\/roberta.dipascasio.it\/?p=187"},"modified":"2023-09-06T16:20:03","modified_gmt":"2023-09-06T14:20:03","slug":"dino-buzzati-il-buio-e-il-fantastico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/roberta.dipascasio.it\/?p=187","title":{"rendered":"Dino Buzzati: il buio e il fantastico"},"content":{"rendered":"\n<p>Da ragazzo Dino Buzzati era schivo e composto, dominato da una serie di insicurezze che gli rimarranno per gran parte della vita adulta, cos\u00ec come resteranno la severit\u00e0 verso se stesso, il senso del dovere, la disciplina e al contempo il bisogno di fantasticare. Era nato nel 1906 ma a vederlo sembrava un uomo dell\u2019800, rigoroso, con un&#8217;eleganza classica e un&#8217;indole montanara e militare; non amava parlare di s\u00e9, si trovava brutto, secco, con un naso troppo grosso. Aveva paura del buio e del silenzio, ha raccontato una volta sua moglie, tanto che nella sua casa di Milano i quadri erano messi sul soffitto, come tanti affreschi vivaci, la musica suonava in tutte le stanze, le finestre erano spalancate sui rumori della citt\u00e0 e le luci rimanevano accese anche di notte: conosceva bene l&#8217;oscurit\u00e0 dell&#8217;uomo e del destino, cos\u00ec nella vita reale cercava di esorcizzarla riempendo le sue giornate di suoni e colori. Come narratore ha indagato la morte e la tragedia come sale della vita, ha raccontato i sogni e le fantasie schiacciati dalle paure e dalle meschinit\u00e0 dell\u2019uomo, ha parlato di dubbi, di misteri, di pulsioni, \u00e8 andato oltre la realt\u00e0 per scoprire quel territorio <em>fantastico<\/em> che si insinua tra le pieghe del reale e che si estende proprio l\u00ec dietro, un passo dietro la luce.<\/p>\n\n\n\n<p>Il suo capolavoro \u201cIl deserto dei tartari\u201d \u00e8 del 1940: il protagonista Giovanni Drogo \u00e8 un giovane tenente che viene mandato alla fortezza Bastiani e passa l\u00ec tutta la vita a scrutare l\u2019immensa piana, ad aspettare un nemico ormai leggendario, i tartari, e quando il nemico arriva davvero lui \u00e8 vecchio e malato e costretto a lasciare il campo. Muore in una locanda lontana dalla battaglia. \u00c8 un antieroe che diventa un eroe perch\u00e9 riesce a vincere la sua battaglia personale contro la morte e lo fa con un sorriso, quel sorriso finale un po\u2019 beffardo con cui la accoglie nel momento in cui entra nella sua stanza.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cTutti noi siamo Giovanni Drogo. Tutti noi abbiamo una tensione, questa attesa, tendiamo a qualcosa.\u201d \u00c8 la storia di un\u2019occasione mancata, \u00e8 un racconto sulla speranza: Drogo ha un sogno e &#8220;avere un sogno \u00e8 bastevole&#8221;, riempie la vita, le d\u00e0 un significato. Il romanzo nasce dalla sua esperienza come giornalista al Corriere della Sera, lavorava di notte ed \u00e8 l\u00ec che gli venne l\u2019ispirazione, tra colleghi gi\u00e0 avanti con l\u2019et\u00e0 che dopo anni continuavano a svolgere la stessa mansione, monotona, ripetitiva: \u201cmi chiedevo se anch\u2019io macinato da questa routine avrei passato la vita cos\u00ec, in attesa di qualcosa, di una grande occasione\u201d. Una routine che fa perdere il senso del tempo, il giornale \u00e8 come la fortezza Bastiani. Dopo aver consegnato il romanzo a Leo Longanesi, nel 1939 venne mandato in Africa per documentare per conto del giornale l\u2019impresa coloniale fascista, e l\u00ec rimarr\u00e0 per un anno; il giorno del suo compleanno scriver\u00e0 sul diario \u201c33 anni. Niente\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 anche un\u2019altra anima di Buzzati, una grande passione al pari dello scrivere: la pittura. Ha sempre amato dipingere &#8211; riempiva di disegnini i libri mastri del giornale che al tempo si compilavano a mano, quello della cronaca bianca e quello della cronaca nera &#8211; il pennello e la penna erano per lui due strumenti della stessa necessit\u00e0 e due modi complementari di raccontare storie sul destino, l&#8217;attesa, il mistero, la crudelt\u00e0, la tragedia. Un &#8220;mondo stralunato&#8221;, come lo defin\u00ec Montanelli, che al pubblico piaceva molto mentre veniva snobbato dalla critica, come se non lo accettasse, sembrava dicesse: \u201cche scriva Buzzati, che c\u2019entra con la pittura?\u201d. Esisteva una sorta di convincimento che non si potessero fare bene due cose insieme, mentre &#8220;dipingere e scrivere per me sono la stessa cosa&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel \u201858 vinse il premio Strega con i suoi 60 racconti fantastici, uniti da un&#8217;idea, una sorta di fil rouge che li attraversa e d\u00e0 loro forma: anche quando tutto sembra normale, pu\u00f2 accadere qualcosa di sinistro, appare una smagliatura, si crea uno strappo, e a questo punto il <em>fantastico<\/em> entra nel reale, lo racconta, lo svela. \u201cHo sempre pensato, soprattutto nei luoghi tranquilli, che da un momento all\u2019altro dovesse succedere qualcosa di terribile, di brutto. Questa minaccia diffusa nell\u2019aria circonda i miei personaggi\u201d. Dino Buzzati \u00e8 un maestro della narrativa breve, in cui spaziando tra meraviglioso e immaginario traduce in gioco, tragedia o mistero anche le situazioni pi\u00f9 semplici e scontate. Uno dei racconti pi\u00f9 famosi e inquietanti \u00e8 &#8220;7 piani&#8221; in cui il protagonista entra in ospedale per una cosa da nulla, giusto una linea di febbre, e per questo ricoverato all&#8217;ultimo piano; l&#8217;edificio \u00e8 strutturato in sette diversi piani, con i pazienti meno gravi in quello pi\u00f9 alto, mentre ai piani pi\u00f9 bassi si trovano via via i casi pi\u00f9 difficili fino a quelli senza rimedio. La sua salute sembra non peggiorare e non migliorare, ma una serie di inconvenienti fanno s\u00ec che venga lentamente ma inesorabilmente trasferito ai piani inferiori, finch\u00e9 arriva al primo piano, dove non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 niente da fare e dove le persiane della sua stanza cominciano a chiudersi.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questa storia, magnifica e terribile, venne realizzato un dramma per il teatro dal titolo \u201cUn caso clinico\u201d che in Italia venne curato da Strehler come regista e in Francia da Albert Camus.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla morte di Dino Buzzati, nel 1972, Indro Montanelli scriver\u00e0 per il Corriere della Sera \u201cse ne va la voce del silenzio, se ne vanno le fate, le streghe, i maghi, gli gnomi, i presagi, i fantasmi. Se ne va, dalla vita, il Mistero. E che ci resta?\u201d<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da ragazzo Dino Buzzati era schivo e composto, dominato da una serie di insicurezze che gli rimarranno per gran parte della vita adulta, cos\u00ec come resteranno la severit\u00e0 verso se stesso, il senso del dovere, la disciplina e al contempo il bisogno di fantasticare. 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